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Category:
Fandom:
Relationship:
Characters:
Additional Tags:
Language:
Italiano
Series:
Part 1 of Nature and Nurture
Stats:
Published:
2013-08-15
Completed:
2023-08-15
Words:
200,685
Chapters:
57/57
Comments:
86
Kudos:
151
Bookmarks:
22
Hits:
6,310

Nature and Nurture

Summary:

Il governo inglese per sbaglio clona Sherlock Holmes, il che porta un bebè al 221B di Baker Street.

Notes:

Ecco a voi la bellissima parentlock "Nature and Nurture" di earlgreytea68. Inizialmente fluff, questa storia evolve in direzione più matura nell'ambito Johnlock, senza però perdere la propria delicatezza e lo stile quasi sempre umoristico e leggero.
Buona lettura!!!

Chapter Text

La cosa più ridicola era che il bambino somigliava a Sherlock.

Era così piccolo che ancora si dimenava senza controllare braccia e gambe, a malapena in grado di tenere la testa alzata da solo. Tuttavia somigliava a Sherlock, con i capelli che ricadevano in riccioli neri sul capo e gli occhi di un pallido blu-grigio-verde al cui effetto John era ormai quasi immune. Poi, quando alzò la testa verso l'alto e gridò all'universo mondo il proprio disappunto, John dovette ammettere che la somiglianza era perfetta.

Sherlock fissava quel frugoletto, che dava l'aria d'essere assai scontento, con evidente stupore. John si sarebbe goduto l'insolita presenza di questa espressione sul viso di Sherlock, se non fosse stato anche lui troppo stupito per farlo.

Mycroft allontanò il bimbo da sé, l'antipatia dipinta in viso, mentre il piccolo piangeva disperato, agitava i pugni e scalciava. "Non la smette mai," disse Mycroft. "Oddio, Mycroft, è ovvio che non gli piaci," rispose Sherlock, allungando le braccia verso il bimbo e sottraendolo alle grinfie di Mycroft.

"Attento," esordì John, se non che, non appena Sherlock lo prese in braccio, il piccolo smise di piangere. Lo tenne sollevato davanti a sé, a distanza, osservandolo, e il bimbo ricambiava lo sguardo. Le loro espressioni erano identiche.

Mycroft parve ancor più infastidito al vedere il bambino tranquillo rispetto a quando gli piangeva in braccio.

"Spiegati," ordinò Sherlock in tono secco, senza togliere gli occhi di dosso al bimbo.

"Pare," osservò Mycroft, "che questo bambino abbia il tuo DNA."

"Ovvio," sbottò Sherlock. "Ma come?"

È proprio da Sherlock non avere un bambino nel modo consueto, pensò John. In alcun modo consueto. "Una scappatella di una notte brava?" suggerì John, per alleggerire la tensione.

Sherlock gli lanciò un'occhiata sprezzante. Il bimbo pure. John non era tanto sicuro di riuscire a tenerli entrambi nell'appartamento.

Mycroft si esaminava con grande attenzione i gemelli della camicia. "Il tuo DNA è stato-"

"Usato per concepire un bambino senza il mio permesso?" Il tono di Sherlock era quasi stridulo mentre lo diceva, e il bambino guardò Mycroft con disapprovazione. John non poté biasimarli per questo.

"Come hai fatto ad avere il suo DNA?"

"Come altro avrei potuto fare per falsificare l'accertamento della sua morte senza un campione di DNA?"

"Avete preso il DNA da…" iniziò John con delicatezza.

Mycroft, Sherlock e il bimbo gli rivolsero tutti uno sguardo minaccioso.

"Dai miei capelli, naturalmente," lo informò Sherlock.

"E quindi avete… creato un bambino solo grazie a questo? Si può fare?"

"Possono fare praticamente tutto, John, Baskerville non ti ha insegnato nulla?" chiese Sherlock, impaziente, e si rivolse nuovamente a Mycroft. "Ma non avresti dovuto creare un bambino col mio DNA. Non senza il mio consenso."

"Non l'ho fatto. È semplicemente successo. Per sbaglio." Mycroft aveva l'aria di chi ha appena morso un limone.

"Per sbaglio? Tu mi hai fatto clonare per sbaglio?"

"Pensi davvero che saresti tu la mia scelta per il primo clone umano della storia?"

No, pensò John, osservando il bimbo che, in braccio a Sherlock, si mordicchiava contento il pugno, quella era una prova schiacciante che s'era trattato di un errore. Un clone venuto per errore. Accidenti.

"Bene, cosa ne facciamo di questo?" chiese Sherlock. Il bimbo sembrò offendersi a sentirsi chiamare 'questo' e gli si dimenò in braccio.

"Beh, ci sono diverse possibilità," replicò Mycroft, "ma una volta che mi hanno detto cosa era successo, ho pensato che sarebbe stato… ingiusto, da parte mia, prendere la decisione da solo. Lui è, a conti fatti, tuo."

"È un mio clone," puntualizzò Sherlock.

"È un bambino," disse John, e il piccolo parve guardarlo con sollievo. "È solo un neonato."

"Un neonato clonato," lo corresse Mycroft.

"E con questo che vuoi dire?" chiese Sherlock.

"Non si può… Non si può buttarlo via e basta, come i becher rotti del giorno prima e piastre di Petri piene di muffa. È un bambino." John guardò Sherlock. "È tuo figlio."

"Non lo è. In effetti, lui è me."

"Quali sono le possibilità?" chiese John a Mycroft.

"È il primo clone umano perfettamente riuscito. Il primo di cui si sappia qualcosa, almeno. Il governo ha una gradevole struttura dove può crescere, ben sorvegliato e controllato."

"Aspetta un po'…" voleva interromperlo John, ma Sherlock si accigliò e disse, in fretta: "No."

John e Mycroft lo guardarono sorpresi.

"No?" gli fece eco Mycroft.

"Non lo rinchiuderai in un qualche ospedale, Mycroft, dove sarà punzecchiato come un esperimento per tutta la sua vita, come hai fatto con me."

"Tu sei cresciuto in un… istituto?" disse John. Non ne sapeva nulla.

"Certo che no," disse Mycroft. "Sta esagerando con la teatralità, come al solito."

"Ma sono cresciuto con specialisti che continuavano ad esaminarmi, ripetutamente. 'A cosa somiglia questa macchia d'inchiostro?' e 'Magari un altro test delle sue onde cerebrali per vedere cosa succede mentre gli facciamo questo' e 'Qual è la prima cosa che ti viene in mente quando senti la parola "blu"?' Assolutamente no. Sei già riuscito a farlo a una versione di me, non ti permetterò di farlo anche alla prossima."

"Magari l'adozione?" suggerì John. Gli sembrava una buona idea: una qualche giovane coppia senza figli, desiderosa di un bambino da amare.

"Quale coppia vorrebbe adottare il primo clone umano al mondo?" domandò Mycroft.

"È un bambino, Mycroft. È un bambino bellissimo, nonché il clone di un uomo intelligente che-"

"No." Il tono di Sherlock ero sommesso, calmo e deciso.

John lo guardò. Teneva la testa abbassata, vicina a quella del bimbo, il naso che quasi sfiorava quello del piccolo, l'esatta copia in miniatura."Cosa?" chiese John.

"No." Sherlock alzò il capo, raddrizzandosi un poco e atteggiando il viso a quell'ostinazione che John conosceva bene. "Sarò io a crescerlo."

John lo fissò. "Io… cosa?" Sherlock non aveva mai manifestato alcun interesse per i bambini. Non sembrava lo irritassero più di quanto lo irritasse il resto dell'umanità, ma John non aveva mai pensato che ne avesse voluto uno.

Sherlock ricambiò il suo sguardo con tranquillità. "Lui è me, John. Non permetterò che lo crescano persone che non possono comprenderlo. Non permetterò che… No. Rimarrà qui."

C'era così tanto dietro a quell'affermazione, così tanto che John voleva scoprire, così tanto di improvvisamente rivelato su quell'infanzia di cui Sherlock non parlava mai. Poi però guardò Sherlock, che teneva il bambino stretto in braccio, e questi, che in quel momento allungava le manine verso i brillanti bottoni di madreperla della camicia di Sherlock. Sebbene l'intera faccenda fosse pura follia e lui stesso non sapesse come avrebbero anche solo cominciato a far quadrare la presenza di un bambino nel caos delle loro esistenze, annuì e si voltò verso Mycroft. "Sì," disse. "Giusto. Il piccolo rimarrà qui."

Mycroft ribatté che era assurdo, che non avevano i mezzi necessari per prendersi cura di un bambino. A onor del vero, a John già frullavano per la testa considerazioni di natura pratica su tutti quegli oggetti cui Sherlock non avrebbe pensato, come ad esempio culle, vestiti, pannolini e biberon; tuttavia, spinse Mycroft fuori dalla porta, poiché non era loro di alcun aiuto. Quando John tornò di sopra, Sherlock era in piedi davanti alla finestra con il bimbo in braccio.

"Ed ecco il tuo orribile fratello Mycroft che se ne va. Ritorna sempre. Purtroppo."

"Dovresti dire 'zio', non 'fratello',"disse John.

"Tecnicamente è un 'fratello'," replicò Sherlock senza voltarsi.

"Sherlock… " disse John, con un sospiro.

"Ti capisco se vuoi andartene," disse Sherlock brusco, sempre girato verso la finestra. "Dopotutto… Un bambino non  era nei patti."

"I patti erano non sapere quali sarebbero stati i patti," disse John schietto. "Ma non sono sicuro che tu abbia idea della responsabilità che un bambino comporta. Sherlock, potremmo trovare qualcuno che lo adotti. Un'adozione aperta, sapresti tutto di lui, e…"

"Chiunque fosse, farebbe del proprio meglio, John," disse Sherlock, adagio, rivolto alla finestra. "E avrebbe le migliori intenzioni. Ma sarebbe un bambino così solo…"

John ripensò a tutto ciò che Sherlock taceva, al bambino solitario che doveva essere stato, al bambino solitario che il piccolo sarebbe potuto diventare. Pensò che nessuno dei due avrebbe dovuto più essere solo, perché ora ce n'erano due di loro. Era strano e innaturale, ma vero.

"Bisognerà dargli un nome," disse John.

***

Mentre John faceva la lista della spesa, il bimbo cominciò a fare i capricci. John afferrò la giacca e fece capolino in soggiorno, dove Sherlock teneva il bimbo a debita distanza, scioccato, mentre quello emetteva versetti insoddisfatti.

"Vado a fare la spesa," disse John. E poi: "Perché lo tieni in quel modo?"

"Si sta lamentando," si lamentò Sherlock.

"Certo." John s'infilò la giacca. "Perché è il tuo clone. È press'a poco quel che anche tu fai."

"Mi pianti adesso? Con… questo?" Sherlock accennò col capo al bambino.

Il piccolo parve offendersi e se ne uscì in un gigantesco pianto.

"Oddio," disse Sherlock, fissando terrorizzato il bimbo. "Che sta facendo? Perché lo sta facendo?"

"Forse ha fame. O magari bisogna cambiargli il pannolino."

Sherlock si girò sconvolto verso John. "Cosa?"

"Sherlock, cosa pensavi sarebbe successo quando hai suggerito che ci prendessimo cura noi di questo bebè?"

Sherlock sembrava ferito. "Pensavo che avremmo fatto esperimenti scientifici insieme in cucina e che tu ti saresti lamentato al vederci mescolare ceneri di sigaro e tè."

John se lo immaginava anche troppo bene, Sherlock con una mini-versione di sé al fianco, entrambi assorti nel loro piccolo mondo-Sherlock cui solo John poteva avere accesso, qualche volta. Nella visione, il bimbo era più grande, aveva quattro, cinque o sei anni, e il 221B era immerso nella tenue e dorata luce del sole. D'un tratto, John s'accorse che, a dirla tutta, voleva quella visione. Non gli era mai venuto in mente, mai prima di allora, che avrebbe potuto desiderare di farsi una famiglia con Sherlock Holmes. Prima di questo, aveva sempre dato per scontato che o avrebbe rinunciato completamente all'idea o alla fine si sarebbe impegnato e sarebbe tornato a uscire con le ragazze. Era come se le due vite future che aveva voluto si fossero fuse in una sola.

Si rese conto di stare fissando Sherlock con aria scioccata. Per fortuna l'altro era così preso dal bimbo in lacrime che non sembrava aver fatto caso alla sua piccola crisi.

"Non dobbiamo farlo per forza, sai," disse John, perché ora che gli era venuto in mente che avrebbe potuto volerlo fare, era quanto di più spaventoso gli fosse mai capitato. "Possiamo sempre cambiare idea."

I tratti di Sherlock si indurirono in un'espressione di ostinata determinazione. "No," disse fermamente, stringendo il bimbo in un abbraccio protettivo. "Non cambierò idea." Guardò John. "E tu?" Era a metà tra una sfida e una richiesta.

"Ora che siamo in ballo, balliamo," disse John, e guardò il bimbo, che in quel momento pareva piuttosto insoddisfatto. "Ma avremo bisogno di pannolini e latte in polvere, e dovremo dargli un nome, quindi comincia a pensarci." John distolse lo sguardo dal vano della porta e vide la signora Hudson in piedi fondo alle scale, che guardava in su incuriosita.

"Sembra che ci sia un bambino lassù," disse lei.

"In effetti c'è," rispose John. "Mycroft ha accidentalmente clonato Sherlock."

La signora Hudson lo guardò sorpresa. "Prego?"

John trotterellò giù per le scale. "È solo un'altra giornata al 221B, signora Hudson," le disse uscendo. Si ritrovò a fischiettare mentre camminava verso il negozio. Sherlock era nel loro appartamento con un bambino, e John, inaspettatamente, era felice.

***

L'appartamento era tranquillo quando John ritornò. John aveva imparato a diffidare di un appartamento tranquillo. Significava che o Sherlock era nel bel mezzo di uno dei suoi epici bronci, o aveva fatto qualcosa che sapeva che John avrebbe ritenuto così irritante da sperare che, a rimanersene abbastanza tranquillo, John avrebbe in qualche modo potuto dimenticare che era lì e non gridargli contro.

John entrò in punta di piedi nell'appartamento e trovò Sherlock che, seduto sulla sua sedia con il bimbo in grembo, gli mostrava il teschio. Il piccolo ne era entusiasta. Continuava ad allungare la mano, esitante, per toccarlo.

"Credo sia un po' giovane per le lezioni di anatomia," osservò John, appoggiando sull tavolo le borse della spesa. "Ma, in effetti, è te. Hai visto la signora Hudson?"

"Sì. Sembrava pensare che la signora Turner abbia una nipote che potrebbe avere una culla, o qualcosa del genere. Mi ha poi fornito molti dettagli di scarsa importanza su suddetta culla, che ho completamente rimosso."

"Ottimo," disse John, nel tono in cui di solito gli parlava per fargli capire che non ci vedeva niente di ottimo. "Bene, piccolo clone. Ho pannolini per te e latte in polvere. Di quale hai bisogno? Di entrambi, temo."

Il bimbo gli fece un versetto e toccò il teschio di nuovo, come a dire: Perché mi parli di cose concrete? Io ho un teschio.

Due di loro, pensò John. Adesso ne ho due di loro.

"Sì, sì, lo so che papà ha un teschio interessante e zio John solo cose noiose," commentò John, portando via il bimbo dalle braccia di Sherlock. "Facci l'abitudine, ragazzo."

"Io non sono suo padre," disse Sherlock accigliato. "E tu non sei suo zio."

"Non vorrai che ci chiami Sherlock e John." John posò con attenzione il bimbo nell'incavo del braccio  mentre estraeva un pannolino dalla scatola, non senza una certa difficoltà.

"Perché no? Sono i nostri nomi."

"Vedi quest'accappatoio che non metti più? Lo sto usando come fasciatoio." John vi distese il bimbo, mentre quello si lamentava di quanto noioso lui fosse, e poi disse: "Qual è il tuo piano? Dirai a tutti quelli che lo vedono che questo bambino è un clone? Il primo e per ora unico clone umano?"

Sherlock taceva, e John sapeva che stava ponderando le possibili conseguenze di una simile azione. Sherlock non voleva che questo bimbo fosse solo, e classificarlo come L'Unico Clone Umano era un immediato pretesto per la solitudine, l'unicità, le prese in giro al parco giochi.

"No," disse infine Sherlock.

"Allora dovrai essere suo padre." John stava incontrando serie difficoltà nel cambiare il pannolino. Erano anni che non lo faceva. "Altrimenti non ha senso."

"E perché tu dovresti essere suo zio?"

"Non lo so." John era soddisfatto che il pannolino nuovo sembrasse essere messo abbastanza bene sul bimbo. Cominciò a sbottonare la tutina che aveva addosso, operazione più ardua di quanto si possa pensare. "Un amico di famiglia, 'zio' sembrava appropriato." John riuscì a finire di sbottonare e guardò il bimbo, che gli sorrise. John gli sorrise di a sua volta, si chinò e gli stampò un bacio sulle guance paffute, preso da un improvviso moto d'affetto. Sperava che Sherlock non cambiasse idea, perché si accorgeva di essere già troppo affezionato al piccolo.

"Perché tu non sei suo padre?"

"Perché non lo sono," gli fece notare John, prendendo il bimbo in braccio.

"Nemmeno io."

"Ma sicuramente più di me." John si raddrizzò, sistemandosi addosso il piccolo in una posizione comoda. Con il nuovo pannolino, il bimbo sembrava parecchio più contento.

"Ma davvero? Non gli hai forse appena cambiato il primo pannolino?"

"Tienilo." John gli passò il bambino. "Dobbiamo preparargli un biberon."

"Dubito che abbia fame." Sherlock e il bimbo lo seguirono in cucina.

"Quindi tu non mangiavi neanche da piccolo?" sospirò John. "Fantastico. Non ho fatto altro che raddoppiare il numero delle battaglie da sostenere ogni giorno. E sarò sempre in minoranza numerica, vero?" John stava studiando le bottiglie, pensando a come avrebbe dovuto sterilizzarle, e domandandosi come diavolo si potesse ricavare un biberon dal latte in polvere.

"Perché non possiamo essere entrambi suo padre?"

John stava leggendo le istruzioni del latte in polvere. "Cosa?" chiese, distrattamente.

"Potrebbe avere due padri, no?"

John distolse l'attenzione dal latte in polvere per guardare Sherlock, che pareva serissimo. "Sherlock, perché  t'importa tanto?"

"Perché se facciamo questa cosa insieme, dovremmo farla davvero insieme. E perché se mi succede qualcosa, non voglio che se lo prenda Mycroft."

John lo guardò per un momento, ma Sherlock stava osservando il piccolo, celando molte emozioni nello sguardo. "Va bene," decise John. "Faremo tutto ciò che si deve legalmente fare per assicurarci che questo non accada. Per adesso, è solo il nostro primo giorno con lui: diamogli da mangiare e mettiamolo a letto, senza correre troppo."

Sherlock si sedette al tavolo della cucina con aria soddisfatta e osservò alternativamente il bimbo, che teneva in braccio, e John che gli preparava il biberon. L'attenzione del bimbo era completamente presa da John. Pareva vagamente divertito, come se John fosse un atto di una commedia procurata espressamente per il suo piacere.

"Insisterai perché mi chiami 'papà', vero?"

"Preferiresti qualcosa di più formale, tipo 'padre'?"

Sherlock fece una smorfia. "Dio, no. Mio padre voleva che lo chiamassimo 'padre', odiavo farlo."

Una cosa in più su quell'infanzia segreta, pensò John, concentrandosi sul preparato di latte in polvere. Archiviò quella notizia con le altre. "Allora 'papà', è aggiudicato. Anche 'papi', magari."

"Potrebbe chiamarti 'babbo'," suggerì Sherlock. "Così non ci confonderebbe."

John riempì con attenzione il biberon. "Non è necessario decidere in questo momento."

"Non ti piace 'babbo'?"

John si voltò verso Sherlock, la bottiglia in mano. "Sinceramente, Sherlock, non ci ho mai pensato."

"Possiamo fare cambio. Io potrei essere 'babbo' e tu 'papà'."

John raddrizzò il fianco contro il tavolo e guardò Sherlock.

"Che c'è?" chiese Sherlock qualche istante dopo.

"Solo che… non ho mai pensato che avrei fatto questa conversazione con te."

"Tu rendi la mia vita imprevedibile," osservò Sherlock.

E John rise. Rise e rise tanto da dover trarre a sé l'altra sedia, perché non riusciva più a star in piedi. Sherlock e il bimbo lo fissavano con identici cipigli accigliati.

"Non riesco a credere che pensi che sia io quello che rende imprevedibile la nostra vita," riuscì finalmente a farfugliare.

"Beh, lo sei," insisté Sherlock, imbronciato.

"Tieni." John si asciugò le lacrime e passò a Sherlock il biberon.

Sherlock pareva scioccato. "E che dovrei farci con questo?"

"Dargli da mangiare, magari?"

Sherlock sembrava quasi terrorizzato alla prospettiva.

"Non devi farci niente," lo rassicurò John. "Saprà lui cosa fare."

Ancora dubbioso, Sherlock spinse con attenzione la tettarella del biberon verso la boccuccia arcuata del bimbo. Quegli la aprì, si attaccò al biberon  e succhiò, inghiottendo avidamente il latte, gli occhi grigio-blu fissi su Sherlock. Lui, del tutto sorpreso, ricambiò lo sguardo.

"Aveva fame," disse Sherlock.

"Te l'avevo detto," disse John, alzandosi per prendere uno dei bavaglini che aveva comprato, dato che il bimbo si stava sbrodolando.

"È insopportabile, ma ci piace," disse Sherlock rivolto al bimbo.

"Sta' zitto," disse John, e aveva tutta l'intenzione di dare con la mano un colpetto d'avvertimento alla testa di Sherlock mentre passava, ma, in qualche modo, finì per far scivolare le dita tra i capelli di Sherlock. Sembrava più che altro un carezza. Ma John non si permise di pensarci troppo, così come non si permise di pensare al fatto che era possibile che Sherlock avesse reclinato un po' la testa incontro alla pressione delle sue dita.