Chapter Text
Kallestandt.
Primo mese, 13esimo giorno
Yarmilla l’aveva stretta in un abito scollato in modo indecente, con il corpetto tempestato di lapislazzuli che le grattavano la pelle, sotto alla stoffa.
Le sembrava di essere nuda, conciata così.
«Il seno è l’unica cosa bella che hai, tanto vale mostrarla,» le aveva detto mentre le acconciava i capelli con file di perle.
Aida non riteneva di essere così brutta, e comunque, nemmeno Shanna era bello.
Aveva il viso allungato, il naso aquilino, le labbra sottili. Aveva bei capelli, biondi e lisci, e profondi e grandi occhi neri, quello sì. Ma aveva anche un pizzetto poco curato e le guance incavate.
Il ritrattista che l’aveva dipinta l’aveva dimagrita molto, ma quello che aveva dipinto Shanna gli aveva cambiato i connotati.
«Nessuna delle donne bezire indossa tutti questi gioielli» mormorò, sfiorando con le dita una delle file di perle che le ricadeva sul petto tra i ricci castani.
«Nessuna di loro è la sposa» rispose Yarmilla con tono severo.
Aida trattenne un sospiro. Non voleva farla arrabbiare.
Era il suo banchetto di nozze, ma si sentiva fuori luogo.
Persino Amalia, che era la madre dello sposo e la Contessa, si era presentata al matrimonio con un abito sì decorato, ma senza gioielli né perle. L’unica concessione era stata una tiara sottile come uno spago, di un delicato oro rosso, tra i capelli argentei raccolti in una lunga treccia.
«Non dimenticare perché sei qui, passerotto.»
Un brivido le percorse la schiena.
«Le navi. Sì, lo so.»
Yarmilla le sorrise, riflessa nello specchio della toeletta. Le mise le mani sulle spalle e gliele strinse.
«Andiamo. Comportati come si conviene a una principessa. I beziri sono gente per bene, ma gente rozza. Tu devi mantenere la dignità che ti deriva dalla famiglia di tuo padre. Non sei qui per farti influenzare.»
Aida si chiese come avrebbe potuto non farsi contagiare, se proprio quella mattina era stata data in moglie a uno di loro, e se Kallestandt sarebbe stata la sua casa da quel giorno in poi.
Si passò le mani sulla gonna per lisciarla, ingoiò le lacrime, e precedette Yarmilla fuori dalla stanza.
La giovane cameriera che l’aveva accompagnata nei suoi alloggi dopo la prima parte della festa era ancora lì. La raggiunse, le fece un piccolo inchino.
«Volete andare al banchetto, signora?» Scandiva bene le parole, parlando lentamente, in un beziro quasi accademico. «Siete incantevole.»
«Grazie» replicò Aida, colta alla sprovvista. A Qalay una cameriera non si sarebbe mai permessa di rivolgere la parola a una principessa in quel modo. Rilassò le spalle.
Questa non è Qalay, e tu non sei più una principessa.
Era la moglie di Shanna Konigsmann, figlio ultimogenito dei Conti della Kalleha, la contea più a nord del Bezirsten. Questo faceva di lei una contessina, immaginava. Avrebbe chiesto a Yarmilla alla prima occasione.
«Sì, andiamo al banchetto.»
La cameriera le sorrise.
«Da questa parte.»
Aida seguì la sua figura snella e infantile fino in fondo al grande atrio su cui si affacciavano i suoi alloggi e quelli di Shanna, e poi giù per le scale di pietra scura, rivestite da pesanti tappeti di lana tessuta. I loro passi erano attutiti dalla stoffa.
Su tutte le pareti, enormi arazzi dai colori vividi mostravano scorci del Bezirsten, fiori che Aida non aveva mai visto, animali dall’aria feroce.
Non aveva tempo di soffermarsi ad ammirarli, perché la ragazzina volava giù dalle scale con la rapidità di un cerbiatto, mentre Aida faticava a starle dietro. Sentiva gli occhi di Yarmilla sulla nuca, la sua disapprovazione perché persino una cameriera forse a malapena dodicenne era più aggrazziata di lei.
Arrivarono al piano primo e attraversarono un altro atrio, e poi scesero altre scale.
Più si avvicinavano alla sala da banchetto, più il cuore di Aida batteva forte. Il castello era gelido, ma lei sentiva il sudore correrle lungo la schiena. O forse aveva le dita fredde, o forse le spalle. Non lo sapeva. Si poteva avere caldo e freddo insieme?
Adesso che Yarmilla l’aveva fasciata in quell’abito fastoso, che non c’entrava niente con la moda bezira e che le lasciava il seno quasi nudo e le stringeva il busto troppo grosso, il ventre troppo prominente e morbido, si sentiva come una vacca prima di una fiera.
Non gliel’aveva sempre detto sua sorella?
Agli uomini piacciono donne belle e aggraziate.
Shanna l’avrebbe disprezzata, e chissà che non fosse già pentito del loro matrimonio. Magari avrebbe deciso semplicemente di spingerla giù da tutte quelle scale quella sera stessa, e si sarebbe risparmiato anche la prima notte di nozze.
Lo stomaco le sprofondò a quel pensiero.
«Eccoci qui» dichiarò la cameriera quando arrivarono al piano terra. Non ci sarebbe stato certo bisogno di specificarlo; l’enorme portone di legno della sala da banchetto era spalancato e dall’interno venivano voci, musica e risate. Aida non riusciva a cogliere nulla di quello che si stavano dicendo.
Se non altro, l’atmosfera sembrava già allegra e con un po’ di fortuna il suo ingresso sarebbe passato inosservato.
«Non farmi vergognare, passerotto.» L’ultima raccomandazione di Yarmilla, alle sue spalle, prima di allontanarsi.
Se non altro, per la serata non avrebbe dovuto preoccuparsi della vicinanza della donna. Era già abbastanza tesa senza sentirsi tutto il tempo sotto osservazione.
«Certo.» Si sforzò di sorriderle.
Le veniva da vomitare.
Mise piede nella sala da banchetto e Amalia le posò una mano sulla spalla. Aida sobbalzò. Era sulla porta ad aspettarla?
«Ecco la sposa!» esclamò la donna a voce alta.
Diverse teste si voltarono nella sua direzione. Avvertì il calore sulle guance.
Shanna era poco lontano da loro. Le rivolse un’occhiata indecifrabile e le sorrise.
Aida sentì un po’ di tensione sciogliersi. Era un sorriso caldo, dolce. Non sembrava disgustato da lei.
«Stavamo per iniziare a bere senza di te» le disse un uomo, avvicinandosi e mettendole in mano un boccale pieno. Era alto, muscoloso. Aveva un bel volto squadrato, capelli mossi castano scuro lunghi fino alle spalle, barba corta perfettamente curata e grandi e profondi occhi neri. Gli stessi di Shanna, gli stessi di Amalia.
Killian, uno dei tre fratelli maggiori di Shanna. Era il Generale dell’Esercito del Bezirsten. Questo lo ricordava; Yarmilla l’aveva fatta studiare per settimane.
«Grazie» balbettò. Strinse il boccale con entrambe le mani, cercando conforto nel peltro tiepido.
Shanna si stava alzando dalla panca su cui era seduto. Disse qualcosa all’uomo accanto a lui, un giovane soldato che aveva intravisto anche al matrimonio, si allontanò da lui e li raggiunse con pochi passi.
«Ben arrivata. Vieni, siamo seduti di là.»
Le prese delicatamente il gomito e la guidò tra gli ospiti, tenendoli a distanza, fino al centro della panca sull’altro lato della stanza. Dalla tavola imbandita arrivava un profumo che le faceva girare la testa.
Qualcuno parlava in un beziro talmente fitto che lei non ne capiva una parola. Killian era rimasto accanto all’ingresso ed era chino su suo padre Hartmann, che gli stava indicando qualcosa dal basso della sedia a rotelle. Puntava verso la loro direzione con ampi cenni delle mani rugose.
«Non far caso a tutti» le disse Shanna a voce bassa, in modo che solo lei potesse sentirlo. «Vieni, siediti. Tra poco si calmeranno, vedrai.»
Le prese il boccale dalle mani, lo poggiò sul tavolo e la aiutò a scavalcare la panca per sedersi accanto a lui.
Dall’altro lato si trovò una donna splendida che ricordava di aver visto tra la folla al matrimonio. Lei le sorrise, i lunghi ricci ramati che le ricadevano sul seno. A differenza sua, l’abito che indossava era semplice, privo di gioielli.
Oh, perché Yarmilla aveva voluto metterla così in imbarazzo con quel vestito così appariscente? Nessuna delle donne bezire aveva nulla del genere addosso!
«Sei riuscita a riposare?» le domandò gentilmente la donna quando si fu accomodata. Le girava la testa.
«Sì. Sì, grazie.» Non ricordava il suo nome. Era una parente di Shanna, questo lo sapeva bene.
La donna fece scorrere lo sguardo tra la folla, intercettò Killian e lui alzò un boccale in sua direzione e le ammiccò. Lei ricambiò lo sguardo. A quello scambio, le tornò in mente. Era sua moglie, Linda. Linda e Killian. Glieli avevano presentati quella mattina. Sì, la donna stupenda, delicata come un dipinto dai colori sgargianti, e il capo dell’esercito.
Almeno un paio se li ricordava.
Shanna le poggiò una mano sulla spalla e lei trasalì. Lui la ritrasse.
«Scusami.»
«No, no, scusatemi voi. Ho… Mi hai colto alla sprovvista. Ero distratta.»
Shanna aggrottò le sopracciglia.
«Voi? No, no, per carità. Sono tuo marito! Non c’è alcun bisogno di queste formalità. Tieni, bevi un po’, ti aiuterà a rilassarti» le sorrise, e per un istante quello sguardo rassicurante le sciolse il gelo nel petto. Obbedì, mandando giù un paio di sorsi del sidro che le aveva dato Killian appena entrata.
«Scusatem… Scusa. È molto diverso da casa.»
Lui scrollò le spalle. I lunghi capelli biondi gli ricaddero dalla spalla sul petto.
«Non ti devi scusare, dev’essere difficile per te. Ma non occorre essere così rigidi. So che lì da voi è diverso, ma… be’, guardati intorno» e fece un cenno con la mano alle persone sedute alla grande tavolata insieme a loro, che ridevano, mangiavano e bevevano.
Le donne e gli uomini parlavano insieme, alla pari. Aida non ricordava d’aver mai visto una cosa del genere, in Akodeku. Un gruppetto di ragazzini giocava a rincorrersi in fondo alla sala, vicino all’orchestra. «Questo è il Bezirsten.»
Questo è il Bezirsten, si ripeté Aida. Mandò giù un altro sorso di sidro. È questa la tua casa, adesso.
