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Roma non è stata costruita in un giorno.
È questo che Augusto pensa mentre, seduto su un macigno di marmo, osserva Agrippa fare avanti e indietro per il Pantheon ancora in costruzione. Solo mezza scritta a impreziosire il frontone, il nome di Marco inciso a metà sulla pietra, il tetto della struttura quasi completo se non per buchi sporadici lasciati qua e là – a Ottaviano non è ancora chiaro se sia una scelta stilistica o un disperato tentativo di avere più luce, infinita luce, con cui lavorare sui bozzetti di pergamena.
“Marco.”
I passi di Agrippa calciano la terra, il rumore dei sassolini che rotolano rimbomba contro pareti liscissime e impalcature di legno spesso.
“Non ora, Ottaviano.” Non ora. Nessun’altro potrebbe mai rispondere così all’Imperatore, che definisce il tempo e per cui ogni comando è un ordine. Ogni comando di Augusto è un ordine, un concetto che con Agrippa funziona solo per le grandi cose: la conquista dell’Egitto, quella della Spagna, le guerre, i progetti edili. Da fuori sembra che faccia proprio tutto quello che gli si chiede.
“Marco.”
Ma non è così, non risponde nemmeno all’ennesimo richiamo. È piegato ora su una pergamena appoggiata a un tavolo di fortuna, lo schizzo delle colonne d’ingresso gli ruba tutta l’attenzione. Snervante, no? Sono qui. Ecco che cosa vorrebbe dirgli Augusto. Sono qui, non mi vedi?
Che hanno delle maledette e bianchissime colonne corinzie che lui non ha? È longilineo, alquanto bello – piacevole alla vista, se non altro. Eppure, Marco non si gira e neanche gli dà retta.
Fuori dal cantiere le guardie imperiali stanno controllando che nessuno entri, le strade sono un via e vai di persone che si accalcano nel tentativo di vedere uno spicchio dell’Imperatore dall’entrata socchiusa.
Fuori c’è caos, dentro il silenzio ha già qualcosa di divino.
“Come lo vuoi chiamare?”
“Pantheon, il tempio di tutti gli dei.”
Un progetto ambizioso, ma Agrippa sarebbe capace di raccogliere una stella se Augusto glielo chiedesse.
Si sistema sulla seduta, inclina la schiena verso il vuoto e si tiene in equilibrio grazie ai palmi della mano. Le dita picchiettano contro la superficie laterale con un rumore sordo, il marmo è liscio e fresco nonostante ci si sia accomodato da almeno mezz’ora.
Si mordicchia il labbro inferiore e si costringe a trovare qualcosa con cui ingannare la noia. E allora lo sguardo si fissa sulle pieghe della tunica di Marco, il tessuto di cotone puro gli cade morbido intorno alle spalle ampie, alle braccia allenate dalla guerra. È in piedi sotto l’unico raggio di sole che cala dal soffitto: il pulviscolo intorno a lui è intento a mettere in scena una danza dorata che crea un contrasto visivo piacevole, così vicino alla sua figura massiccia.
Un fruscio di pergamena spezza il silenzio. Poi una voce, “Che cosa dicevi?”
Marco non è mai stato bravo a fare due cose contemporaneamente: o un ottimo generale, o un ottimo uomo politico, o un bravo edile. Quindi, o sta fingendo di lavorare, o sta fingendo di ascoltarlo.
“Non ho ancora detto niente, in verità.” Augusto è attento a ogni spostamento di luce.
“E che volevi dire?”
“Non sono ancora passato a Palazzo.”
I muscoli del collo di Marco si flettono di qualche grado. “Dovresti andare a riposarti” dice, sul viso l’Imperatore ci legge un sorriso compiaciuto. “Potevi passare domani a vedere i lavori.”
Temporeggia. “Volevo assicurarmi che tutto procedesse per il verso giusto.” Quasi una verità, è sinceramente interessato alla grandezza della sua Roma: che in futuro si dica che Augusto è stato un Imperatore di pace e bellezza. Ma una verità piccola, circondata da quella più grande e intensa: vedere Agrippa. Respirare Agrippa, scorgerlo tra la folla, in piedi tra la polvere, le carte. Interrompergli la giornata, il lavoro e ogni minuto.
Funziona, perché Marco cerca il confronto, appoggiando la base della schiena al tavolo di fortuna e incrociando le braccia. “E che ne pensi?” Le pupille dell’Imperatore sono tutte per lui, spettatrici golose di una messa in scena ormai lunga decenni.
La prima cosa che vorrebbe dire Augusto, è che Roma non è stata costruita in un giorno. “Mi piace la statua di Cesare, è esattamente come me la immaginavo.” Ripiega invece, grattandosi la spalla nuda.
“Perché è esattamente così che mi hai detto di farla.” Gli è subito dietro l’altro. Dove crede che lo porterà questo servilismo? Si è già preso tutto.
“Lodevole da parte tua.”
Sorride Marco, più accecante del raggio di sole che viene giù. E non risponde, se ne sta con le dita delle mani aggrappate ai gomiti e i muscoli degli avambracci tirati in un folle, folle spettacolo. Restano in silenzio, neppure si muovono.
Il Pantheon è scuro e chiaro: pareti massicce e alte, alte che arrivano in cima al cielo e poi pavimento lucente, bianco giallo e verde ancora da finire. E colonne dentro e fuori a tenerlo su – serve ancora impreziosirne il capitello, serve ancora installarne un paio dove adesso ci sono imponenti sostegni di legno. Serve, serve, serve. Un lavoro costante. Quando Augusto ha messo piede nel cantiere quel pomeriggio ha fatto in modo che se ne andassero tutti, imposto che venissero lasciati da soli. Ordini imperiali che rompono proprio quell’impiego continuo – ha deciso così, si farà così. Domani Roma, oggi Agrippa.
“Vai a chiudere la porta.” Un altro ordine, ma non ha nulla di imperiale, c’è anzi qualcosa di estremamente umano nel desiderio di voler stare da solo con Marco. Il rumore che segue è pesante, un tonfo poco elegante riempie il Pantheon e distrugge quel silenzio dorato di poco prima. L’aria piena di polvere bianca danza intorno all’uscio serrato.
Salta un respiro, impressionato dalla facilità con cui le braccia dell’altro hanno spinto insieme le due estremità della porta.
“E ora vieni qui.”
Agrippa gli si riavvicina con una camminata lenta e ponderata – perfetta per spingerlo alla pazzia. Si sente assettato di una sete che ha provato raramente in vita, forse solo in Egitto sotto il caldo estremo del mezzogiorno.
Marco si ferma a qualche metro di distanza. Lo guarda come una statua da modellare, forse sta prendendo ispirazione per quella che avrà posto all’entrata tra qualche mese. E Ottaviano vorrebbe urlargli basta con il lavoro, al diavolo Roma – non costruirla se io sono qui con te –, ma non riesce a muoversi. Si sente roccia, pura e massiccia e marmorea. Le sue curve, ombre scure sul bianco latte della pietra, fresco anche sotto la luce accecante del sole. È questa la tua magia, Agrippa? Le colonne sono in realtà uomini altissimi? I capitelli rami di alberi di alloro? Fiori? Meraviglie della natura.
Non chiede, resta in vetrina. Gli occhi ambrati di Agrippa hanno comprato un biglietto, che si goda lo spettacolo di un Imperatore disperato, dai capelli biondi più spettinati del solito, dalla tunica che è cascata un po’ ovunque e che mette in mostra gran parte delle gambe.
Poi la vera magia: i polpastrelli duri di Marco solleticano la guancia morbida di Ottaviano. “Non ti aspettavo oggi.”
Domani, domani, domani. C’è da spostare quelle pietre più a destra, domani, qualcuno vada a prendere un pilastro di legno, domani, dov’è finita la pergamena con il bozzetto dell’ingresso, domani.
“Ho finito in anticipo.”
Agrippa si è chinato in avanti prima, ora aumenta l’angolo e si fa ancora più vicino. “Il guaio, sai qual è? Che sei l’Imperatore. Non ho modo di negarti l’entrata.” Il pollice si muove su e giù sullo zigomo sbarbato. “Mandi via i miei uomini, blocchi il lavoro e allo stesso tempo mi chiedi la Roma più bella di tutti i secoli.”
Marco lo bacia, il primo sorso da giorni. La mano sulla guancia adesso si incastra dietro il collo, alcune dita perse tra le radici dei capelli. Labbra morbide contro labbra impolverate. “È così difficile obbedire ai tuoi ordini.”
Un altro bacio, l’attenzione di Agrippa è per il labbro superiore. “Penso di star facendo tutto giusto e poi tu piombi qui, nessun rispetto per il lavoro e le tempistiche altrui.”
Grigio nell'ambra – il pavimento del Pantheon è l’insieme di quegli stessi colori.
Ottaviano torna a respirare, le guance arrossate per le accuse e per quello che Marco sta combinando. Si sente bollire. “Roma… ”
Agrippa lo spoglia della parte alta della tunica, gli solletica il petto e gioca con il capezzolo destro. “Roma, vedi che non pensi ad altro? E allora dovresti lasciarmi fare.”
Maledetto il giorno in cui l’ha scelto come edile. “Roma non è stata costruita in un giorno.” Riacquista tentennando un po’ del potere perso, si fa più dritto sulla seduta di marmo.
Agrippa sorride, è lì lì per mettersi a ridere.
E Ottaviano pensa che lo ama più di quanto sia possibile amare. Ci deve essere una legge scritta, su in cielo da Venere, che impone un tetto massimo di amore per l’altro. Forse gli è andata bene anche in quello: primo uomo del mondo e primo uomo ad amare più di quanto la natura conceda. Più, più di tutto. “E tu non avresti finito il Pantheon oggi, nemmeno se io non fossi venuto a disturbare.”
L’Imperatore bacia, interesse spostato sul labbro inferiore. E poi lingua contro lingua, in un caldo abbraccio bagnato. Si prendono uno l’aria dell’altro, è un respiro che è più più di ogni altro respiro. Con un movimento veloce anche la tunica di cotone tanto studiata viene fatta cadere giù, a seguire la cintura in vita.
I muscoli di Marco sono definiti dalle guerre, dal lavoro manuale. Ombre e luci creano uno spettacolo ancora più interessane e per qualche secondo Augusto le segue con le punte delle dita, un percorso fatto di colline, salite e discese. Osserva sul volto dell’amato il cambio d’espressione che si fa rilassato, teso, felice, innamorato.
“Non potevi proprio aspettar questa sera?” La verità è che Agrippa non sa come mettersi e non sa come metterlo: l’ha reso scomodamente impossibilitato a fermarsi. Impacciato d’amore, ecco il modo di definirlo. Lo vorrebbe inghiottire ora, tutto, ma non ha modo di avvicinarsi più di quanto vicino non sia già, con quel pezzo di marmo spigoloso tra di loro.
Ottaviano nega e sorride stropicciando il naso. “Non volevo aspettare questa sera.”
Oh, al diavolo gli dei e tutta la struttura sacra che sta mettendo in piedi e il lavoro e la Roma che deve costruire e la fama di pace di cui Augusto si vestirà in futuro. Al diavolo la decenza se l’amore è così tanto di più.
Marco gli circonda la vita con le mani – folle, folle spettacolo delle braccia intorno a lui – e gli dice, “Su, fatti più avanti.” E l’Imperatore obbedisce, per qualche centimetro la tunica lungo i fianchi lo protegge, poi la pelle stride contro la base fresca.
Non più marmo duro e ombreggiato, ma creta sotto le mani di un maestro. Agrippa lo spoglia del tutto, gli accarezza i muscoli delle cosce, la curva della natica – stringe, impasta. E osserva per un secondo un’opera non finita: Ottaviano ha guance arrossate, labbra socchiuse, occhi argentei annacquati, il petto tirato e in apprensione, il membro alto e tremante.
“Marco.”
Ora, ora.
Labbre calde intorno a lui, mani che lo toccano ovunque e di più di ogni altro tocco. Augusto stringe la presa sul marmo, un respiro carico gli sfugge dalla bocca. Poi gemiti, mischiati a quelli di Agrippa poco più in basso.
“Per Giove.”
Uno schiaffo contro il polpaccio è l'ammonimento di Marco, che lo guarda mentre lentamente lo lecca per tutta la lunghezza. Per Giove, per Giove. Ottaviano deglutisce, fa cadere all’indietro la testa.
Poi, “Di più.”
Una richiesta, la risposta è un nuovo comando. “Fai sedere me, vieni sopra.”
La pelle delle cosce pizzica, mentre lascia andare il marmo e le gambe tremano per i pochi istanti in cui resta in piedi senza un sostegno. Una colonna senza pavimento, ecco cosa si sente mentre attende silenzioso che l’altro si metta comodo. Un progetto realizzato senza bozza sulla pergamena: ha disperatamente bisogno di una base.
Presto Marco lo cattura di nuovo, le dita d’una mano gli percorrono la schiena nuda seguendo la curva della spina. Le dita dell’altra si bagnano della saliva dell’Imperatore (sulle labbra e intorno) e scendono in basso: un dito, due dita e il terzo non lo vuole perché si sta perdendo troppo tempo. “Voglio venire con te dentro.”
“Esigente.”
Ottaviano non risponde, chiede un bacio mentre Agrippa gli entra dentro e lo riempie. Poi le labbra scendono lungo il suo collo: stampano, leccano, mordono.
“Per Giove.”
Vince un altro schiaffo, questa volta duro e secco sulla natica sinistra che diventa tutta arrossata.
Ora è una colonna con fondamenta. Una struttura con un senso, un libro di architettura. Forse ha fatto bene a scegliere Agrippa come edile: nessun altro sarebbe in grado di costruire così bene la città di Ottaviano. Strade perfette, cunicoli, anfratti. I sospiri sono venti di primavera tra i vicoli, i baci bagnati fiumi, in poco mettono su ponti e acquedotti.
Il primo che viene è Augusto, uno schizzo sul petto di Marco, che presto lo segue e si accascia contro il pettorale dell’Imperatore.
Sono fatti di respiri affannati.
Poi grigio e ambra tornano a cercarsi, più più di prima. “Mi mancavi.”
Chissà come ci si sente a sapere che il primo uomo dell’Universo non può stare senza te. Agrippa si deve essere abituato al peso di quella responsabilità, perché la sua risposta è una carezza tra i capelli biondi, un sorriso sulla labbra e poi un, “Anche tu.” Lo tiene ancora stretto, in una posizione che sarà comoda solo per un’altra manciata di minuti.
“Ti amo.”
Più di Roma, la costruiremo domani.
“Ti amo anche io.”
