Actions

Work Header

eyes so dark

Summary:

Aprire il proprio cuore a qualcun altro è sempre una scommessa - ogni amante non è altro che un frivolo giocatore d'azzardo.
Alcuni, d'altro canto, sono dei professionisti, quando la dea bendata decide di assisterli.
Ma ad Husk non interessa più di tanto chi è il miglior giocatore, quando si tratta di Angel.

Notes:

(See the end of the work for notes.)

Work Text:

I. when you hadn’t touch me yet

La prima volta che assaggi le labbra di Angel è notte fonda, e l’unico rumore che vi tradisce lì, soli ed ottenebrati nel buio dell’hotel, è il fruscio delle tue ali contro il bancone.

La bocca premuta contro la tua è morbida, leggermente amara come il whisky che gli hai appena servito; e ti piace, ti piace perché è esattamente come l’avevi sognata quelle volte in cui il tuo letto era freddo e il tuo cuore senza quiete ti lasciava chiudere gli occhi ma non dormire. E, come in un sogno, il timore che possa svanire da un momento all'altro, lasciandoti alla sola compagnia di te stesso e lenzuola che devono essere state nuove qualche decina di anni fa, è una lama di ferro nello stomaco. Sono incerte le mani con cui gli tocchi il volto soffice, ma il mugolio che gli sfugge alle labbra quando lo sfiori ti fa stringere la presa.

E’ lì, è Angel, e per la prima volta è tuo. E’ reale. Persino in quell'oscurità dalle tinte oniriche, macchiate dall'alcol che invade le vene di entrambi più del vostro stesso sangue, niente può più negare la verità di quanto sta succedendo. Tutta l’insicurezza che ti attanagliava il petto da quando ti eri accorto vi abitasse un sentimento irregolare e non autorizzato - è svanita, purificata dall'ineluttabilità di quel momento. Come se lo sgorgare delle tue emozioni non potesse essere altro che ricambiato; come se ogni miserabile evento della tua vita, ogni orrore, ogni sbaglio, ogni rimorso fosse stato un passo necessario per arrivare a questo singolo istante.

E per questo minuscolo, stupido, ridicolo angolo giusto nel cuore dell’inferno, non riesci a non pensare che persino scambiare la luce dei tuoi occhi per un nero senza fine ne sia valsa la pena.

Per fare schifo insieme.

 

 

II. guilty as your hands

Angel si tormenta le mani quando ha qualcosa da dire ma le parole gli si annodano sulla lingua. Ormai lo sai da un po’. Tutto il tempo che hai passato a servirgli da bere ti ha insegnato a leggere il linguaggio segreto del suo corpo meglio di quanto tu capisca te stesso - è una cosa che fai senza nemmeno pensarci, non è più qualcosa da decodificare attivamente. Angel si muove, e tu sai, semplicemente. E a volte, come questa, ti fa impazzire perché vorresti chiedere, dovresti chiedere, ma c’è in te anche la terribile consapevolezza che se Angel non parla perché vuole, non parlerà di fronte a nessuna domanda.

Quindi aspetti, con la pazienza di chi comunque passerà il resto della sua vita ad asciugare bicchieri puliti e a versare da bere ad altri sconosciuti di cui non gli interessa niente.

Anche Angel, in fondo, era uno di quelli. Prima che decidessi che valeva la pena capirlo, che i suoi silenzi e i suoi rimpianti somigliavano un po’ troppo ai tuoi per continuare ad ignorarli. Prima che cominciassi ad amarli.

“Mi ha scritto Val”, Angel si agita sulla sedia, cercando di raddrizzarsi. “Devo andare sul set.”

I suoi occhi cercano i tuoi. Tu lo guardi, ma solo nella sua iride rosa, quella che non è affogata dal nero del suo contratto. Gli fai un mezzo sorriso, un cenno di congedo senza parole, ma le tue, di mani, si irrigidiscono tra i panno e il bicchiere che stanno lucidando. Continui a guardarlo mentre la sua sagoma alta e sottile sparisce oltre la soglia dell’albergo.

Cerchi solo di non pensare che alcuni di quei rimpianti non riesci ad amarli.

 

 

III. more than enough

Quando Angel torna, è sempre tardi ma tu non dormi mai. Con gli occhi cerchiati, non chiedi niente, ma non ce n’è davvero bisogno - Angel si siede sul tuo letto dandoti le spalle, sospirando melodrammaticamente, iniziando a spogliarsi. “Che dura la vita della star!”, si lamenta, alzando le braccia al cielo, prima di lanciarsi finalmente sul materasso e coprirsi con le lenzuola ingrigite (è un hotel, ma un barman schiavo di un demone non può avere grandi aspirazioni sulla qualità della stanza che gli viene assegnata).

Come da rituale, Angel ti abbraccia e il calore del suo corpo irradia scariche elettriche di pura pace in tutto il tuo corpo, che finalmente può rilassarsi, mentre lui comincia il racconto di ciò che ha dovuto fare sul set, e di quanto sia faticoso ma anche di quanto lui sia bravo - “gli incassi dell’ultimo film sono triplicati, te l’avevo detto?”; tu ascolti distrattamente perché il suono della sua voce è la ninnananna che aspettavi per dare sollievo all'ansia che ti attanaglia ogni volta che Val lo chiama. Alla fine non importa quello che succede, ti dici, è da te che Angel torna tutte le sere. E’ sempre stato così, d’altro canto, lo sapevi da sempre; è quello che vi ha uniti tanto per cominciare. Ognuno ha le sue catene da portare; soltanto, le sue gli stringono ed esplorano e violano il corpo in più modi di quanto ti piaccia immaginare. Stringi la sua vita incredibilmente sottile, attirandolo a te, ed Angel ridacchia soddisfatto, poggiando la fronte contro la tua. “Ti amo”, sussurra ad un soffio dalla tua bocca.

E questo basta.

 

 

IV. who’s right and who’s not

Sono giorni che Angel è senza pace. Consuma l’hotel sotto passi furiosi, ti guarda quando pensa che sei distratto; quando non lo sei, si siede sul bordo del bancone intrappolandoti fra le sue gambe e strusciandosi contro il tuo corpo. L’hai assecondato tante volte - in camera tua, nella sua, persino su quello stesso bancone quando eri certo che nessuno vi avrebbe sorpresi. Ma niente sembra placarlo. Continua a guardarti con quegli occhi grandi, titubanti, e a chiederti di più con la sua voce sinuosa di quando sta recitando una parte. A volerne ancora e ancora e ancora. Come se volesse chiudere qualcosa in un cassetto della sua mente, e distrarsi fino al punto di dimenticare che sia mai esistito tanto per cominciare.

Vorresti chiederti il perché, ma non puoi.

All’inferno poche cose restano riservate; il ritorno di Valentino dall'altro lato del video non è una di queste. No, il film in cui la star Angel Dust e il membro più spregiudicato delle V tornano insieme sul grande schermo non è il genere di cosa da sgusciare di soppiatto, in maniera discreta verso l’oblio.

Tu avresti soltanto preferito non fosse uno di quei dettagli omessi dal resoconto serale di Angel. Che magari te lo avesse accennato, tra le tante depravazioni e turpitudini con cui ti delizia la notte, invece che costringerti a scoprirlo dai cartelloni che tappezzano quell'inferno di città. Ha un sapore del tutto speciale vedere il volto arrossato della persona che ami stretto dalle grinfie di chi ha corrotto il suo corpo e predato tutto il resto.

Ma non hai detto niente. Non ti manca la decenza e quel briciolo di empatia da capire che come fa male a te, deve aver fatto male a Angel. Questo lo sai, ma vorresti lo sapesse anche lui - che continua a chiederti di scoparlo fino a non capire più niente, fino a perdere i sensi. A te, però, nessuno chiede cosa vorresti.

Angel continua a premersi contro il tuo corpo - ma ormai l’unica cosa che riesci a vedere è quel veleno violaceo che si espande fino ad avvolgere tutto intorno a te.

“Non devi fare così per forza, Angel”, ti imponi di dire, le mani sulle sue spalle per costringerlo a fermarsi e ad allontanarsi da te. Cerchi di tenere il tono quanto più fermo e calmo che puoi, ma senti una ferita che continua ad aprirsi e forse dalle punte delle tue dita sono emersi gli artigli.

Così come?”

Quello di Angel è un sibilo più affilato di una lama, e la senti premersi dolorosamente contro la gola. Ma stavolta non ci stai a chiudere gli occhi, no. Non sei tu nel torto.

“Così”, sancisci, guardandolo dalla testa ai piedi. Come una puttana, ma questo non lo dici.

E’ tutto molto rapido, quasi feroce, il modo in cui Angel si divincola dalla tua presa e sparisce dalla tua vista.

“Io sono così.”

Ti riscopri a non riuscire a non temere che abbia ragione.

 

 

V. more than… enough?

Angel torna sempre.

Non ti permetti di dubitarne nemmeno per un secondo. Angel torna perché deve tornare, perché l’Hazbin è l’unica casa che ha, perché tu sei casa sua. Perché vi appartenete, perché ti ama.

Perché tu lo ami.

Le ore sgocciolano via lentamente, stille di agonia che sembrano non passare mai. Hai lucidato tutti i bicchieri dell’hotel, hai iniziato persino ad aiutare Niffty a pulire le stanze - non esiste distrazione tale da farti dimenticare della morsa che, in fondo allo stomaco, ti toglie il respiro.

Ma alla fine Angel torna per davvero. Appare all'ingresso dell’hotel in silenzio, la versione antitetica della persona che conosci. Stringi i pugni mentre lo guardi incerto, come se fosse una creatura selvatica da non spaventare, per la prima volta da quando lo hai incontrato sei insicuro su come trattarlo. Alla fine è lui ad avvicinarsi al bancone del bar. Tende una mano verso di te, sfiorandoti una guancia, senza osare toccarti per davvero. Tu la stringi, deglutendo forte i coltelli che ti senti acuminati in gola.

“Mi dispiace”, dice, e la sua voce questa volta è un sussurro roco, quello di chi pronuncia le prime parole dopo essere stato prigioniero del silenzio per lunghissimo tempo. “A me dispiace”, rispondi, più seccamente di quanto avresti inteso. Vuoi solo buttarti quella storia alle spalle. Dimenticare.

Angel è tornato e va tutto bene.

Senti il suo sguardo pungerti sul viso, i suoi occhi che cercano come al solito i tuoi. Ci provi, ci provi davvero a ricambiare le sue iridi rugiadose; ma stavolta nemmeno quella rosa e bianca di libertà è il rifugio dove poggiare le tue inquietudini e tornare a respirare.

Hai bisogno soltanto di tempo, passerà. Angel è tornato.

E questo basta.

 

 

VI. what you didn’t

Non ci sono nuovi clienti all’hotel ultimamente, ed è facile indugiare in qualche bicchiere di troppo, lì seduto al bar tutta la giornata. Così, per ammazzare il tempo, tra quando Angel getta un’occhio al telefono e un piede fuori dalla porta della hall e quando finalmente rientra.

Tu continui a non dormire mai. I cerchi neri che vanno incavandosi intorno ai tuoi occhi come fossati per tenere qualsiasi minaccia lontana sono spie infingarde. Ma quando Angel si siede sul letto per iniziare a spogliarsi, mantieni le palpebre chiuse ed il respiro regolare. A far finta di niente, lo sai, le cose vanno sempre bene. E’ una vita che funziona, e non cambierai certo le carte sul tavolo se sai che sono quelle vincenti.

Angel non ti racconta del set mentre si butta nel letto accanto a te. Tu sei girato dall’altro lato, ma senti come si tira le coperte fin sopra la testa. Sospira. Poi, per qualche attimo, il silenzio.

Ed è sempre nel silenzio che Angel si fa largo tra le tue ali, stropicciandole e spingendole da parte, fino a riemergere con un braccio intorno al tuo petto, le lunghe dita che affondano nella pelliccia. Per un istante ti irrigidisci - ma speri che la reazione non ti abbia tradito. Stai dormendo, no? Continuerai.

“Ti amo.”

Quello di Angel è un sussurro contro il tuo orecchio, e fai appello a tutta la tua forza per non girarti verso di lui e stringerlo a te. Non ancora, non è ancora il momento. Ti serve altro tempo.

“Mi ami?”

Queste due parole le senti appena, ma potresti averle immaginate per quanto è flebile il tono di Angel. Non l’hai mai sentito così - tu non ti sei mai sentito così. Incerto su cosa dire. Dire? Devi dire davvero qualcosa? E cosa?

, Husk? E’ questo che provi? Davvero? Lo pensi mentre quelle mani ancora si intrecciano nel pelo folto del tuo petto e tu vorresti dimenticare come si fa a contare per non pensare a tutti gli altri corpi che hanno toccato? Di quelle labbra che ti sfiorano le orecchie, calde, e tu non riesci a non rievocare ogni posto dove continuano a posarsi tutti i giorni?

"Whiskers…”

Non l’hai mai sentito pregare, ma immagini che ci sia una prima volta anche per questo. Forse l’unica che potresti avergli strappato. Non che conti, comunque, mentre senti il tuo cuore spezzarsi, perché l’aria è ferma immobile in fondo ai tuoi polmoni e i tuoi occhi sono spalancati e non sai cosa fare. Prigioniero di te stesso e dei tuoi vili, immondi silenzi, senti Angel lasciare la presa e il materasso piegarsi sotto il suo peso che si dissolve.

Continui a non girarti.

Il letto è troppo freddo per tollerare di vederlo anche vuoto.

 

 

VII. hope it back

Lo hai sempre saputo come vanno le cose, non è così?

Non pensavi che sarebbe successo, non a te, non in un posto come questo. La morte, così come la vita se è per questo, non è fatta certo per gli ingenui, per gli sprovveduti. Non ti sei mai ritenuto tale. Hai imparato presto ad essere un tipo pratico, fin troppo prosaico. Ci sono poche cose che ti piacciono, e tra queste non figurano né le filosofie né le chimere.

D’altro canto, l’ottundimento, l’eccitazione, l’oblio… La strada era incisa nella tua carne prima ancora che tu potessi mettervi bocca. Polveri, liquidi, effluvi - tutto per perdere il controllo e riguadagnarlo, un’infinita montagna russa di alti e bassi in cui annegare. L’unico percorso che vale la pena imboccare.

E se non era questo, erano mani, mani, labbra, altre mani, corpi - caldi, freddi, scomodi, spigolosi, perfetti. Altre dita da cui farsi esplorare, da cui farsi violare. Da cui farsi amare, no, non l’avevi preventivato.

E’ successo al di fuori di qualsiasi solco tu abbia mai pensato di tracciare intorno a te - la deviazione che non avevi previsto, e come tutte le incertezze aveva il seducente sapore della scelta giusta, della felicità. Della speranza. Perché ciò che ti piace può diventare una prigione; ma ciò che ami può solo portarti in alto.

Ed è stato così vero da sembrare quasi falso. La tua cella dorata in cui ti piaceva chiuderti e gettare la chiave era finalmente aperta, la lusinghiera promessa di un mondo nuovo tutto da scoprire. E tu eri così in alto da dimenticare il suolo al di sotto.

Non sei mai stato stupido, però. E se le cose sembrano false, sai bene che è perché lo sono. E dopo ogni viaggio sei sempre tornato a terra. Non pensavi che stavolta sarebbe stato il silenzio della persona sbagliata a tagliarti le ali e a ricordarti a quale inferno ti tocca appartenere.

Soltanto, non pensavi che lo schianto stavolta avrebbe fatto così male. Senza lividi, ma col cuore stracciato ora puoi tornare a strisciare verso la tua bella prigione. E se devi soffrire, se devi essere fatto a pezzi, se ti tocca essere dilaniato - allora preferisci chi ha la mano sicura. E’ meglio il male che sa di casa. E’ a doppia mandata che chiudi la serratura, stavolta.

Tra i denti, però, non riesci a liberarti di quei maledetti stralci d’amore, che sanno ancora di speranza.

Ma la speranza è per chi se la può permettere, Angel.

 

 

VIII. calling your bluff

Per tre giorni, Angel non torna.

E tu non riesci a tornare in te stesso. Lo cerchi per tutta la città, ma ogni disgustosa strada che varchi senza esito è lo schiaffo in faccia che ti rammenta che sai dov’è. E non potrebbe essere altrimenti. Charlie dice è con Cherri, e non hai il coraggio di confessarle che lei non lo sente da una settimana. Ne hai abbastanza di contare le vittime di quello che dici, o che non dici.

Dopo un po’ non lo insegui più. Hai fiducia nel modo in cui lo conosci - Angel torna sempre. A te ora tocca aspettarlo, senza più arrogarti il diritto che qualcosa ti spetti solamente perché sei tu. Il tavolo è vuoto, hai bruciato tutte le carte e non ce ne sono altre da chiedere. Puoi solo sperare che il croupier voglia ancora farti giocare al gioco di cui conosci solo la sconfitta.

Eppure è difficile non sedersi al bancone dal lato sbagliato, e versare versare versare - ma non c’è una sola goccia che macchi il legno, no, soltanto le tue labbra e la vergogna che vuoi affogare. Ma più cerchi di nasconderla, più lei sale, torna in gola, amara come come il whisky, come tutte le parole che avevi lasciato stagnare nel fondo del tuo petto.

Come le labbra di Angel quella notte di troppo tempo fa, impressa a fuoco nei tuoi occhi come se fosse solo ieri.

E, se socchiudi le palpebre nel modo giusto, con la testa poggiata sulle tue braccia incrociate, riesci quasi ad intravedere la sagoma del suo corpo argenteo nel collo di quella bottiglia invitante: e più la guardi, più ti sale la nausea.

E’ il bello delle scommesse, no? Sapere di poterle perdere è ciò che rende la vittoria deliziosa. Ma ci sono cose che non puoi permetterti di perdere - una lezione che non ti stanchi mai di imparare.

Sarà valso il prezzo stavolta?

 

 

IV. tough luck

E’ sempre notte quando apri gli occhi e la bottiglia si è tramutata in una sagoma così reale che allunghi la mano per toccarla. Come voler agguantare un sogno prima che il giorno ne lasci solo la polvere.

Ma questa visione non è effimera come ti aspetti e, quando le tue dita sfiorano la pelliccia su cui tante volte hai affondato il viso, senti il sangue arrestarsi brusco nelle tue vene, un veleno acido che ti fa saltare in piedi. Non lasci la presa su Angel nemmeno per un secondo - i sogni, si sa, fanno presto a sparire. No, stavolta non te lo permetti.

E mentre Angel è ancora seduto rivolto verso il bar, tu stringi la sua schiena contro di te, affondando il viso tra i suoi capelli e la sua nuca. Il suo profumo che sa di fragola e qualche altra schifezza dolciastra senza senso è proprio lì, testimone definitiva del suo ritorno, ghigliottina dei tuoi abbagli - e ti convinci che la realtà può non essere una delusione perpetua. Perché Angel è tornato, come fa sempre.

E’ tornato da te.

L’asso per la tua scala reale è stato finalmente scoperto sul tavolo, e non è questo il momento di farsi prendere dalla paura di osare. Le parole sgorgano prima dal tuo cuore che dalla tua bocca, sono una cascata infernale di frasi deliranti e concetti banali - che ti dispiace, che fare schifo senza di lui non è la stessa cosa. Che lo ami, che glielo dirai per tutta la tua miserabile esistenza. Perché non puoi far altro che questo.

“Tu mi ami?”, gli chiedi, facendo un passo indietro. Ti sembra solo giusto accettare il tuo turno di essere fragile, stavolta.

Angel si gira piano verso di te, ma non c’è il suo sorriso dal canino d’oro ad incontrare il tuo volto. No, solo i suoi occhi grandi ed un incolmabile vuoto che riempie tutto lo spazio fra voi.

E’ buio e non lo noti subito - anche se è il suo occhio destro quello che vedi per primo, non c’è più alcun bianco e rosa in cui rifugiarsi. Solo un nero pece in cui sparire, perfettamente gemello al tuo.

Nella tua bocca, incastrate come schegge di vetro sul palato, resta quel cos’hai fatto? che non ha più alcun senso chiedere.

Tutte le carte sono sul tavolo, con la tua magnifica scala reale.

Perdere col colore ti lascia sempre in bocca una sfumatura speciale di amarezza.

 

 

I had all and then most of you
Some and now none of you
Take me back to the night we met

 

 

A Raffyx,
senza il quale niente di tutto questo sarebbe qui. 
Tnx per l'azzecco, mate, grrr.

 

 

 

 

 

 

 

 

Notes:

Non tiratemi sassi, non odiatemi - è tutta colpa del mio amico, sigh.
Spero che la mia creaturina qui sopra vi sia piaciuta, è un piccolo delirio spezzacuore scritto per ingannare le notti solitarie degli ultimi giorni. Lasciatemi un commentino per farmi sapere che ne pensate! 🎔🎔🎔