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So Cold

Summary:

“Ti stai toccando, Deku?”
“... Sì”
La risposta arriva tardi e suona come un’ammissione di colpevolezza. Si sente così patetico e cattivo, perché non riesce a smettere di masturbarsi neanche quando tira su col naso e piagnucola:
“Mi sento così in colpa”
“No, non pensarci, adesso” lo interrompe Bakugo con foga, quasi con rabbia. Izuku sa che non sopporta quando si punisce in questo modo. Non sopporta che il ricordo di Shoto possa inquinare anche quest’unico, patetico momento di fuga della realtà che si stanno concedendo. “Non pensare a lui. Pensa a me”

Notes:

Specifico che la storia si svolge circa dieci anni nel futuro rispetto all’inizio di MHA, quindi sono tutti adulti e “realizzati”.
Trovate questa fic anche su EFP.

Work Text:

Freddo. È maggio e fa un freddo maledetto.

Izuku si libera lentamente dalle braccia di Shouto e appoggia i piedi sul pavimento gelido dell’hotel. Rabbrividisce abbastanza forte da scuotere il letto, quindi getta un’occhiata inquieta aldilà della sua spalla, verso il suo fidanzato. Shouto continua a dormire indisturbato, i capelli bianchi e rossi che gli ricadono sulla fronte mentre volta la testa contro il muro con un sospiro. Lo stomaco di Izuku si stringe in una morsa, mentre si alza e si infila la giacca che aveva abbandonato sulla sedia la sera prima. Getta una rapida occhiata all’orologio appeso alla parete, che segna le quattro del mattino.

Esce sul balcone, premurandosi di accostare la porta finestra al massimo per non far entrare spifferi – non che Shouto ci farebbe caso, lui che mantiene una temperatura corporea al di sotto della media perfino quando non sta combattendo.

Il cielo è nero sopra New York, le tenebre rotte solo dalle mille luci dei grattacieli e dei cartelloni pubblicitari. La città è così rumorosa, frenetica e viva da sembrare estranea al concetto stesso di tempo, come se fosse situata in una dimensione alternativa in cui le ore si susseguono tutte uguali. Ricordarsi che è arrivato solo una settimana fa richiede ad Izuku uno sforzo notevole, e la mole di lavoro a cui All Might lo sottopone quotidianamente non aiuta. Ma del resto, è la vita che si è scelto. Quella per cui ha lottato e che lo fa alzare dal letto ogni giorno con grinta e serenità. Solo, avrebbe voluto che il suo idolo lo avesse informato che, oltre a comparire al suo fianco di fronte all’Associazione Mondiale dei Supereroi in quanto rappresentante del paese, il suo compito consiste anche nell'interloquire con i vari esponenti e, ultimo ma non meno importante, rilasciare interviste. Quello è il suo incubo peggiore.

Se non altro, Shouto si è offerto di accompagnarlo: sapere che c'è lui ad aspettarlo, una volta finito di interfacciarsi con i pezzi grossi della sicurezza mondiale e di scappare dalle frotte di fan nascosti ad ogni angolo, lo fa sentire più rilassato. Nulla batte ciò che prova appena entra in camera e si rifugia tra le sue braccia, mentre la stanchezza e la tensione scivolano via dal suo corpo.

E allora perché non è abbastanza? Se lo chiede ogni giorno. Anzi, per la verità ha iniziato a chiederselo già da mesi, quando la sensazione delle farfalle che si libravano in volo nel suo stomaco ogni volta che vedeva Shouto anche solo da lontano ha iniziato a scemare. E così la tachicardia. E il rossore che gli riempiva le guance. E la soddisfazione fisica che sentiva nel toccarlo. Non che non lo voglia – il bisogno fisico del suo fidanzato non si è affievolito neanche un giorno da quando si sono messi insieme, ormai più di un anno fa. Ma il problema è proprio quello: inizia tutto in modo urgente, passionale, e poi diventa metodico, automatico. Non lo definirebbe noioso, ma di certo non è più com’era all’inizio. Fra loro c’è una distanza emotiva che Izuku si rende conto solo ora esserci sempre stata.

Si infila le mani in tasca per proteggersi dal freddo, mentre si lascia ipnotizzare dalle nuvolette di fiato che emana. Solo allora si rende conto di aver lasciato il cellulare nella tasca della giacca appena rientrato a casa, ieri. Non lo ha più ripreso in mano, fiondandosi dritto sotto la doccia. Il che vuol dire che non ha chiamato sua madre.

E infatti c’è un suo messaggio, seguito da uno di All Might, uno di Ochako e uno di Kirishima. Li legge in ordine di arrivo:

 

So che adesso sei importante, ma un salutino alla tua mamma puoi sempre farlo! Stamattina ho visto il servizio che hanno trasmesso in TV, stavi benissimo in giacca e cravatta, tesoro!

Che mi combini, giovane Midoriya? Il presidente voleva scambiare due chiacchiere dopo il ricevimento! Ho dovuto dirgli che l’aragosta ti aveva fatto male, spero non ti dispiaccia!

Spero che almeno tu ti stia divertendo, io oggi sono stata un pomeriggio intero alla prova d’abito per Kyoka. Hanno dei vestiti pazzeschi. Ti mando qualche foto, ma NON dell’abito che ha scelto Kyoka perché teme che la foto possa arrivare a Denki (sì, sappiamo che voi maschietti vi parlate e non ci fidiamo ^^) <3 <3 <3

Deeeeeekuuuu, quando torni? Ci manchi. Fra l’altro, Bakugo si è come spento da quando sei partito (che resti fra noi, altrimenti mi uccide). So che non ci crederai, quindi allego foto di prova!

 

L’ultimo messaggio è seguito da una foto a tradimento di Bakugo stravaccato sul divano di fronte alla TV con un’espressione annoiata e... Sì, Kirishima ha usato la parola giusta: spenta.

Rafforza la presa attorno al cellulare mentre ispeziona ogni angolo del viso di Kacchan, di cui però vede solo il profilo e non gli basta. Si rende conto solo adesso che non si parlano da dieci giorni, cioè da quando Izuku è andato da lui a salutarlo prima di partire, e di colpo realizza quanto gli manchi. Finora è riuscito a non pensarci perché è stato occupato a rincorrere i suoi doveri da una parte all’altra di New York, ma adesso, nella notte e nel freddo, scopre di avere bisogno del calore che solo lui può dargli.

Getta uno sguardo aldilà del vetro della portafinestra per controllare che Shouto stia ancora dormendo: non si è mosso dalla posizione in cui lo ha lasciato. Poi guarda l’ora sul display: in questo momento a Tokyo è pieno pomeriggio. Potrebbe scrivergli. O chiamarlo. Chiamarsi è più da loro. Ma sì, non c’è niente di male. Sta solo telefonando a un amico. Potrebbe essere anche Iida, o Mineta, o Tsuyu. Si ripete tutto questo per mettere a tacere i sensi di colpa che lo attanagliano, risalendo dallo stomaco fino al cuore, stringendoglielo in una morsa mentre cerca il contatto di Kacchan e, dopo aver tentennato qualche secondo, si decide a chiamare.

Non c’è niente di male. Assolutamente niente di male.

Si ritrova a stringere forte la mano sinistra a pugno dentro la tasca, così forte che le unghie si conficcano nel palmo e gli fanno male. Appoggia la schiena al muro accanto alla finestra, la testa piegata all’indietro contro di esso mentre guarda le stelle.

Il telefono squilla solo tre volte, prima che la voce ruvida di Bakugo risuoni come melodia nel suo orecchio, e Izuku si permette di pensare che se ha risposto così in fretta è perché si aspettava una sua chiamata.

“Alla fine ti sei ricordato degli amici, eh, merDeku?”

Izuku chiude gli occhi e sorride d'istinto. Gli mancava. Gli manca.

“Buonasera a te, Kacchan”

“Immagino che io dovrei dirti buonanotte. Che ore sono, là? Tipo... le tre di notte?”

“Le quattro e dieci, precisamente”

“Beh, merda” borbotta Bakugo. “Perché sei sveglio?”

Deku prende fiato per rispondere e si ferma. Caccia un sospiro profondo, mentre cerca di riordinare le idee. Potrebbe dire che sono ore che si rotola nel sonno chiedendosi se questo era ciò che si immaginava di essere quando era bambino. Potrebbe dire gli fa male la mascella per tutti i sorrisi tirati che ha fatto negli ultimi giorni. Potrebbe dire che da qualche tempo a questa parte, quando dorme abbracciato a Shouto, ha freddo.

Ingoia il nodo che ha in gola e prega che la voce non gli tremi mentre risponde: “New York è rumorosa”

Bakugo resta in silenzio per qualche secondo e Izuku sa che ha capito, che ha sentito la sua malinconia dietro il suo tono, ma sa anche che non lo costringerà a sfogarsi ora, per telefono. Se fossero faccia a faccia l’avrebbe già fatto, ma non è questo il caso. Il che gli fa solo desiderare ancora di più che Kacchan sia lì con lui. O che lui sia lì con Kacchan.

“E il bastardo a metà sta bene?”

Izuku guarda di nuovo verso il corpo dormiente di Shouto. “Sta benone” rispondo con un mezzo sorriso.

“Fa ancora le sue figure di merda di fronte ai giornalisti come il primo giorno?”

Izuku ridacchia. Appena atterrati a New York sono stati colpiti dai flash dei fotografi, il che ha fatto inciampare Izuku, che per poco non è caduto sulla schiena di All Might mentre scendevano dall’aereo; Shouto per tutta risposta lo aveva aiutato a rimettersi in piedi e aveva fulminato con lo sguardo i giornalisti e con un gesto stizzito della mano aveva congelato fotocamere e telecamere, interrompendo così il servizio sull’arrivo degli eroi rappresentanti il Giappone.

“Ha imparato la lezione” risponde Izuku senza smettere di ridacchiare. “Non credo ricapiterà più”

“Peccato. È l’unica cosa divertente e ammirevole che abbia fatto da quando lo conosco”

Il modo in cui ironia e serietà convivono in modo perfettamente equilibrato in questo tipo di osservazioni lascia Izuku di stucco ogni volta. Solo Kacchan è capace di una cosa del genere. Sanno entrambi che in realtà rispetta Shouto e lo considera un amico, ma questo non gli impedisce di lasciarsi andare a certe battute.

“Beh? Mi chiami e poi stai zitto?” insiste Kacchan. Dal rumore, Izuku immagina si sia disteso a letto. “Com’è la Grande Mela?”

Izuku guarda il panorama intorno a sé. “È... È bella, credo”

Bakugo prorompe in una risata ironica.

“Cazzo, che fantasia, nerd. Non l’avrei mai detto”

Izuku deglutisce. “È solo...”

Ecco. Accidenti. Sapeva che non avrebbe dovuto chiamarlo. Ora non riuscirà a tacere. Non riuscirà a non scaricare il peso di ciò che prova su Kacchan, che non se lo merita e soprattutto non ha colpe – è vero, lo sbaglio lo stanno facendo in due, ma Kacchan non ha nessun obbligo nei confronti di Shouto, a differenza sua. È Izuku quello che dovrebbe fermarsi, prima che la situazione degeneri.

E lo vuole, davvero. Ma la solitudine lo sta facendo impazzire. Che poi, non è proprio solitudine. È mancanza. E non di sua madre o di Tokyo o dei suoi amici. Lo sanno entrambi. Non ha senso tenerselo per sé.

Guarda per l’ennesima volta alle sue spalle per assicurarsi di non trovare Shouto in piedi affacciato al vetro, che lo guarda assonnato e confuso. Infine sospira.

“A volte vorrei che fossi qui” confessa.

Kacchan non dice niente per un po’, e Izuku incomincia a temere di aver rovinato tutto. Non si è nemmeno premurato di chiedergli se Kirishima sia lì con lui, se possa parlare liberamente. Se qualcuno, chiunque dei loro amici, scoprisse di loro, l’equilibrio del gruppo si romperebbe. E sarebbe un disastro per tutti.

“Vorresti che io fossi lì?” domanda Bakugo con un velo d’ironia. “A dividere il letto con voi due come una cazzo di coppia poliamorosa?” Attende ancora qualche secondo. “O vorresti che io fossi lì al suo posto?”

Izuku stringe le labbra.

“Deku. Puoi dirlo”

In effetti, rispetto a ciò che fanno da ormai cinque mesi quando sono soli, alle spalle di tutti, ammetterlo non è niente. Ma la voce di Izuku è comunque fievole, una volta che trova il coraggio di parlare:

“Vorrei che fossi qui...”

“Non ti sento”

“Vorrei che fossi qui al suo posto”

“Non ti sta distraendo abbastanza?” butta lì sprezzante Bakugo. “State scopando, almeno?”

Sapeva che Kacchan avrebbe capito al volo. È sempre così, fra loro due. Ma non riesce a dire ad alta voce quale sia il suo problema. Dirlo lo renderebbe reale. Senza contare della puttanata che sarebbe nei confronti di Shouto. Perciò caccia indietro le lacrime e borbotta solo: “Sono troppo stanco quando torno”

Ma doveva immaginare che il suo amico d’infanzia non ci sarebbe cascato. Lo sente ridere fra sé.

“Come no” ribatte. “Non prendermi per il culo, Deku, io ti conosco: non sei stanco. Semplicemente non lo vuoi abbastanza. Mentre se ci fossi io, lì...”

L’aria si riempie di elettricità in una frazione di secondo, mentre Izuku spalanca gli occhi nella notte e trattiene il fiato.

“Credimi,” continua Kacchan, “ti farei dimenticare la stanchezza nel momento stesso in cui varcheresti la soglia”

“I-Io...” È tutto ciò che riesce a rispondere. Che altro dovrebbe dire? È vero. Sono bastati trenta secondi di telefonata da una parte all’altra del mondo e Kacchan gli ha già letto dentro. Sarebbe tutto diverso, se ci fosse lui e non Shouto. Ammetterlo a sé stesso gli fa male, male da morire, e Kacchan lo sa bene ma rincara comunque la dose, spietato come sempre:

“È perché non ti scopa come ti scopo io” mormora, la voce impercettibilmente più roca. “Non ti scopa come meriti. Lui non sa quanto puoi reggere”

Izuku si volta di scatto verso il letto e, nuovamente rinfrancato dal sonno pesante del suo fidanzato, lascia che la sua mano voli alla sua erezione improvvisa. Si infila una mano nelle mutande e, maledizione, all’improvviso ha così caldo che è come se Kacchan fosse lì davvero. Per quanto lo riguarda, Shouto potrebbe anche svegliarsi ora, e non se ne accorgerebbe. Non gli importerebbe. È su tutt’altra dimensione, adesso.

Caccia un sospiro tremolante mentre prende a muovere la mano su e giù. “No” sussurra. “No, non lo sa...”

“Ti stai toccando, Deku?”

“... Sì”

La risposta arriva tardi e suona come un’ammissione di colpevolezza. Si sente così patetico e cattivo, perché non riesce a smettere di masturbarsi neanche quando tira su col naso e piagnucola:

“Mi sento così in colpa”

“No, non pensarci, adesso” lo interrompe Bakugo con foga, quasi con rabbia. Izuku sa che non sopporta quando si punisce in questo modo. Non sopporta che il ricordo di Shouto possa inquinare anche quest’unico, patetico momento di fuga dalla realtà che si stanno concedendo. “Non pensare a lui. Pensa a me

E Izuku lo fa. Quelle poche frasi, sussurrate al telefono sono sufficienti a riportargli una quantità oscena di ricordi di Kacchan nudo sopra di lui, sudato e gongolante mentre gli infila un dito dopo l’altro su per il culo, e lui che lo lascia fare e geme, impaziente ed eccitato.

“Pensa a quello che ti farei se fossi lì” continua Bakugo con urgenza, e Izuku sa che si sta toccando anche lui. “Mi senti, vero?”

“Sì, sì, ti sento”

“Ti sto baciando ovunque. Dove piace a te. So dove ti piace. Ti tocco proprio come vuoi tu, e in un attimo sei già duro nella mia mano. Muovi le anche contro di me perché vuoi che vada più veloce, non ne hai mai abbastanza. Mi fai quei piccoli lamenti acuti dritti nell’orecchio perché mi fanno impazzire e tu lo sai. Lo fai apposta, piccolo pervertito”

“Kacchan... Kacchan

“Sei così bello che non sembri vero. Come quando arrossisci forte e ti spariscono le lentiggini. Quando ti vengono gli occhi lucidi per quanto sei eccitato. E poi quelle urla strozzate che fai quando te lo metto dentro”

Izuku inclina la testa di lato per stringere il telefono tra l’orecchio e la spalla; è scomodo, ma ne ha bisogno: così può continuare a masturbarsi con una mano mentre l’altra raggiunge il sedere da dietro e stuzzica l’apertura con un dito.

Aa-aahh...”

È silenzioso, il rumore dei clacson e la musica dei locali lo sovrasta, ma Kacchan lo sente bene e lui sente Kacchan. Sente quegli stessi gemiti rochi che emana di solito durante i preliminari, quando si prendono quella mezz’ora eccitante e lunga per baciarsi fino a consumarsi le labbra e le lingue e nel frattempo si strusciano uno contro l’altro; quei grugniti che fanno accapponare la pelle di Izuku in previsione di quando scoperanno davvero. Si infila un dito dentro fino all’ultima falange. Non regge minimamente il confronto con le dita di Kacchan, ma è così disperato che se lo fa andare bene. E Kacchan deve essere da qualche parte a New York, nascosto dietro la tenda di una qualche finestra da cui può spiare Izuku, perché incredibilmente dice:

“Muovilo”

Izuku obbedisce, muovendo il dito veloce dentro di sé mentre pompa la sua erezione pulsante con movimenti scoordinati per la difficoltà di compiere i due gesti nello stesso momento.

“Toccati, Deku. Toccati”

Non potrebbe fermarsi nemmeno se lo volesse – cosa che non vuole. Insegue il piacere come un forsennato, guidato dai sospiri e i gemiti di Kacchan mentre quest’ultimo insegue il suo, chiude gli occhi e aggrotta la fronte in un’espressione quasi di dolore, la bocca aperta che rilascia nuvolette di fiato continue. Fuori si gela, ma lui si sente caldo. Caldo come non si sente da giorni. Da quando ha smesso di toccare Kacchan, il suo Kacchan.

“Mi senti?” dice Bakugo tra un ansito e l’altro. “Sono dentro di te”

Tu sei sempre dentro di me, vorrebbe dire Izuku.

Bastano pochi secondi e viene. Forte. Tutto lo stress accumulato in una settimana si rilascia in schizzi bianchi che gli sporcano le mutande e la mano mentre si contrae intorno al suo dito.

“Meglio?” domanda Bakugo una volta raggiunto il culmine.

No, pensa.

“Sì”

“Perché piangi, allora?”

“Non sto piangendo”

“Deku”

“Scusa, è che...” Izuku si passa una mano sul viso, asciugandosi le guance rigate di lacrime bollenti. “Mi manchi”

Non si aspetta parole dolci da Kacchan, perché non è fatto così. E gli sta bene. Ha accettato questa cosa anni fa. Non ha potuto fare altro se non accettarla perché lo ha sempre amato. Fatto sta che, per una volta – sarà la lontananza, sarà che è il primo orgasmo che si sono regalati a vicenda dopo quasi due settimane –, Bakugo lo stupisce:

“Anche tu” dice. “Anche tu mi manchi. Cazzo, Deku, io...”

Lotta con sé stesso come se cacciare fuori le parole gli richiedesse uno sforzo immane, e forse è proprio così. Ma ci riesce lo stesso, perché è Kacchan:

“Non vedo l’ora di rivederti”

Izuku si sente avvampare in viso neanche fosse un tredicenne alla prima cotta e, malgrado tutto, non riesce a non sorridere.

“Anch’io, Kacchan”

E allora capisce qual è il vero problema: non è solo il sesso. Kacchan lo scopa meglio di chiunque, sa quali bottoni premere e quando, sa come fargli venire voglia del suo cazzo anche nei momenti meno opportuni, perfino quando sono a cena tutti insieme con i loro amici, o al cinema, a una festa. Sa di cosa ha bisogno precisamente, in ogni momento e luogo, senza bisogno che lui apra bocca. Ma non è solo questo. Se lo fosse, Izuku avrebbe già messo fine a questa storia; avrebbe scelto Todoroki e rinunciato a Kacchan, mettendosi il cuore in pace. Ma c’è molto di più.

Il fatto è che Kacchan lo conosce.

Todoroki l’ha visto debole, è vero: l’ha visto crollare sotto il peso delle persone che inevitabilmente non è riuscito a salvare – perché la prima cosa che ha imparato una volta diventato un eroe è che il suo motto di quando era bambino era una stronzata: nessuno riesce a salvare tutti –, l’ha visto dare di matto quando non è riuscito a farsi valere sul lavoro, finendo in contrasto con il collega di turno. Lo ha ascoltato mentre piangeva, urlava, si lamentava. Tutta cose che anche Kacchan ha fatto.

Con una differenza: Todoroki pensa che Izuku sia solo questo. Pensa che sia il futuro simbolo della pace e futuro grande eroe, imbattibile e irraggiungibile; un uomo costretto a sopportare ancora per un po’ mentre si fa strada, ma destinato a grandi cose. Un povero ragazzo-angelo dal cuore puro che si trasforma in una bestia solo quando combatte. L’ideale perfetto per chiunque.

Ma Izuku non è solo questo. Izuku a volte sbaglia. A volte fraintende le persone poiché si fida troppo, ed è incapace di vedere il marcio in loro. Quando davvero sente di essere al limite, si permette di esplodere in una rabbia incontrollata che rischierebbe di far crollare palazzi e aprire in due le strade. Izuku è – può essere, nel peggiore dei casi – rancore e rimorso. Ma Shouto queste cose non le vede. Lui, così come All Might, Ochako, Iida e tutti gli altri lo vedono come l’essere perfetto, che non commette mai un errore.

Kacchan invece ha sempre saputo guardare oltre. Riconosce il suo essere l’eroe prescelto – e con gli anni, man mano che a fatica ricostruivano il loro rapporto fino a trasformarlo in amicizia solida e poi in amore, ne ha anche riconosciuto i motivi –, ma riconosce anche il suo essere un uomo. Un uomo ordinario, aldilà di tutto. Shouto e Kacchan vedono entrambi le sue debolezze, ma solo Kacchan vede la sua parte marcia. E mentre non è certo che Shouto non lo lasci se dovesse vederla a sua volta, Kacchan non lo ha mai lasciato.

Perciò sì: vorrebbe che ci fosse lui al posto di Shouto. E non solo per scrollarsi di dosso il malessere di notte, nella loro stanza d’albergo al riparo da occhi indiscreti, con una delle loro scopate assurde che lo lasciano senza fiato e completamente fuso; lo vorrebbe lì sempre. Vorrebbe essere libero di uscirci alla luce del giorno, camminargli vicino e lottargli vicino, fianco a fianco come avrebbe sempre dovuto essere. Vorrebbe essere libero di baciarlo quando e dove vuole, fare la spesa con lui mentre si lamenta appoggiato al carrello con un muso lungo fino a terra, cucinare con lui solo per finire con il discutere, guardare un film o una serie TV del cazzo seduti sul divano e baciarsi, respirarsi. Vorrebbe una vita, con lui.

Quando chiudono la comunicazione, Izuku lascia che l’aria gelida della notte lo risvegli dal tepore in cui è sprofondato e subito si dirige verso il bagno per darsi una sistemata. Ci mette poco, ma non riesce ad uscire da quella stanza e affrontare Shouto neppure mentre dorme.

Alla fine trova il coraggio, e si allunga piano sul materasso così che non faccia troppo rumore. Shouto si gira verso di lui con uno sbadiglio e apre un occhio assonato. Il buio della stanza gli impedisce di leggere la colpevolezza nello sguardo di Izuku.

“Eri sveglio?” gli chiede con voce impastata dal sonno.

Izuku si schiarisce la voce piano. “Prendevo una boccata d’aria” sussurra.

Shouto si accoccola su di lui com’è loro abitudine, e Izuku si sente morire.

Spera che si sia riaddormentato subito. Non riuscirebbe a sopportare una conversazione adesso. Per fortuna Shouto lo fa, ma non prima di aver mormorato un innocente e ignaro:

“Sei caldo”

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