Chapter Text
Quella mattina Louis si era alzato dal letto con la consapevolezza di aver fatto una cazzata immensa, tanto che, era corso subito al garage dopo aver recuperato i regali per le sorelle e si era messo subito in viaggio. In condizioni di traffico favorevoli, Manchester-Doncaster era un tragitto percorribile in meno di due ore, ma durante quella mattina di festa ci mise ancora meno del solito ad arrivare. E sicuramente non era tutto merito dell’autostrada deserta, quanto piuttosto della voglia di rivedere la sua famiglia e distrarsi dal costante flusso di pensieri. Harry, Harry, Harry,... ormai non riusciva a smettere di pensarci, tanto meno dopo quello che era successo la notte prima. Come aveva fatto a essere così stupido e avventato? Dio, ci era finito a letto insieme e dopo esserselo scopato l’aveva praticamente cacciato di casa con la scusa che avrebbe dovuto svegliarsi presto per andare dalla sua famiglia. Harry però sembrava aver preso quel suo cambio di umore repentino con filosofia. Si era pulito nel bagno di Louis, rivestito e se n’era andato lasciandogli il numero di telefono scritto su un post-it e un bacio su una guancia. Un bacio che da solo aveva rischiato di far riaccendere la passione in Louis.
Louis aveva salvato quel numero, ma non sapeva se scrivergli o meno. Anche perché, cosa avrebbe dovuto scrivergli?
La giornata con la sua famiglia era trascorsa fin troppo velocemente. Il pranzo di Natale non era stato niente di troppo esagerato, così come aveva supplicato sua madre di fare. Il giorno successivo avrebbe dovuto giocare una partita, e a fine giornata si era trovato a dover salutare le sue sorelle e sua madre per tornare a Manchester. E stranamente, a parte una vaga sensazione di nostalgia, il suo ritorno a Doncaster non aveva portato niente. Prima di partire pensava che i ricordi l’avrebbero sommerso, e invece niente. Forse si stava abituando a Manchester.
*
La partita del Boxing day era iniziata nel peggiore dei modi. Dopo un quarto d’ora di gioco, l’Hull City era avanti di due gol e Louis iniziava a sentirsi frustrato. Sentiva di correre inutilmente, a vuoto, senza cognizione di causa. Non era possibile che stessero perdendo persino contro una neopromossa. Non era possibile.
La squadra stessa era nervosa, fallosa ai limiti del consentito e Louis sentiva non solo la sua stessa frustrazione, ma anche quella dei compagni, riempirgli le vene, soffocargli ogni tipo di pensiero razionale.
E al ventesimo minuto del primo tempo, si trovò a dover abbandonare il campo per far entrare Januzaj. Sapeva che non era una sostituzione punitiva, anche perché usciva per far entrare un attaccante, ma ciò non impedì al suo cuore di mancare un paio di battiti quando vide il numero, il ventotto, sul tabellone luminoso in mano al quarto uomo. Uscì velocemente, scambiandosi un abbraccio veloce con il giocatore che stava prendendo il suo posto, prima di sedersi in panchina. Qualcuno dei suoi compagni si sporse per dargli un cinque, ma Louis non riuscì a darsi pace. Avrebbe voluto fare qualcosa, avrebbe voluto essere lui a permettere allo United di rimontare, quando invece non era stato in grado di impedire di far segnare all’Hull City quei due goal che lo stavano tormentando.
Nemmeno a farlo apposta, due minuti dopo, Smalling segnò di testa dopo una punizione del nuovo entrato in campo. Louis non riuscì nemmeno a esultare perché rimanevano sotto comunque di un goal, e lui non era stato in grado di adempiere al suo dovere. Non era stato in grado di fare nulla per permettere alla sua squadra quella rimonta.
Passarono altri minuti su quella panchina, con Louis che non riusciva a staccare gli occhi dal campo, quando finalmente il Manchester United pareggiò e a Louis sfuggì un sorriso.
La squadra arrivava prima delle sue frustrazioni personali. Si sarebbe dovuto allenare sempre di più.
Al fischio finale, nonostante l’espulsione di Valencia al novantesimo, Louis si trovò in campo con gli altri a festeggiare una vittoria che sapeva di impresa. Alla fine avevano vinto, anche se il terzo goal, più che merito loro era stata una sfortunata deviazione in rete di un difensore dell’Hull City. Questo Manchester United però era di bocca buona e, chissenefrega, avevano vinto grazie a un autogol dell’Hull City, ma avevano comunque vinto. Altri tre punti andavano a sommarsi a quella manciata che già avevano, anche se comunque, erano sempre troppo pochi.
*
Il ritorno a Manchester dalla trasferta era stato estremamente silenzioso, nonostante la vittoria. La squadra era nervosa, irrequieta, frustrata e Louis poteva sentire quei sentimenti strisciargli sotto la pelle, appropriandosi di ogni pensiero positivo e annullandolo. L’allenatore stesso, Moyes, era irrequieto e silenzioso. Louis si trovò a rientrare nel suo appartamento, sperando solo di potersi raggomitolare sotto le coperte e rimanerci il più lungo possibile. Non aveva fatto i conti con Niall, e dannato il giorno in cui gli aveva lasciato le sue chiavi di casa.
Lo trovò lì sul divano, con una birra in una mano e Zayn addormentato con la testa sulle sue gambe.
Louis si tolse la giacca e la abbandonò sul bracciolo del divano, mentre Niall lo guardava con un sopracciglio inarcato e una strana espressione assorta sul viso.
« Non è colpa tua » gli disse semplicemente, tenendo la voce bassa probabilmente per non svegliare Zayn. Come se poi Zayn si potesse svegliare per così poco. Solitamente nemmeno la musica heavy metal ad altissimo volume bastava. Louis ci aveva anche provato con scarsi risultati.
« La fase difensiva è anche colpa mia » replicò mentre andava in cucina a prendersi una bottiglia di birra. Mandò al diavolo le indicazioni della società perché in quel momento aveva bisogno di alcol. E fanculo se due giorni dopo aveva già un’altra partita da giocare, contro il Norwich.
Tornò in salotto e prese posto sul divano nello spazio lasciato vuoto tra i piedi di Zayn e il bracciolo. Si accorse solo in quel momento che la TV era spenta e probabilmente Niall non l’aveva accesa per non disturbare l’amico.
« Moyes è un incompetente e lo posso vedere anche io che non so nulla di calcio » replicò la voce di Zayn. Niall e Louis lo guardarono sorpresi. « Non riesco a dormire, hai le gambe troppo spigolose, Ni » sembrò quasi giustificarsi.
« Hai seriamente fatto finta di dormire fino ad ora? » replicò Niall, senza traccia di offesa nella voce, ma semplicemente divertito dalla situazione.
Zayn non fece cenno di volersi alzare e si limitò a stringersi nelle spalle.
« Moyes… Moyes non è incompetente. Siamo noi a fare schifo, sono io che… » iniziò, ma venne prontamente zittito da Niall.
« Tu, cosa, esattamente? Amico, sei in Premier League, sei al fottuto Manchester United perché te lo meriti. Al Doncaster, in difesa, giocavi praticamente da solo! Ti sei fatto il culo, ti sei sempre allenato… non ti permetto di avere ripensamenti. Louis, tu meriti di stare dove stai e meriteresti anche di meglio » gli disse Niall. Louis si trovò ad abbassare lo sguardo.
Quelle parole di Niall l’avevano colpito. Probabilmente era la prima volta che lo sentiva così serio dopo anni. Quasi sicuramente, l’unica volta che era stato così serio era stato quando Louis gli aveva confessato di essere gay e Niall l’aveva rassicurato e abbracciato a lungo.
« Tu ci sei dentro e te ne dovresti rendere conto meglio di me » ritornò a parlare Niall. « Se n’è accorto anche Zayn che di calcio capisce quanto io di fisica quantistica. Moyes sta sbagliando tutto, la squadra non lo segue perché non è Sir Alex Ferguson. Nemmeno tu lo segui senza rendertene conto. Lui ti dice di restare dietro a difendere e tu sali a supportare le azioni di attacco, come è giusto che sia. Perché è lo United, non potete difendere in dieci, non potete subire passivamente gli attacchi delle altre squadre » continuò, fermandosi solo per prendere un sorso di birra. « Non mi stupirei se Moyes venisse esonerato, Louis » concluse Niall con una stretta di spalle.
Louis rimase in silenzio, lasciando che quelle parole gli si insinuassero tra i suoi pensieri, che mettessero radici e si espandessero. Niall aveva ragione, ma ciò non attanagliava il suo senso di colpa.
« Sto sbagliando tutto, Niall » disse semplicemente con l’ombra di un’espressione sconfitta sul viso.
*
Qualche ora più tardi, nonostante fosse tardi e fosse stanchissimo, si trovò sul divano di casa sua dopo aver salutato Niall e Zayn. Forse fu colpa dell’alcol che gli viaggiava nelle vene o forse era solo colpa sua, fatto stava che si trovò col cellulare in mano mentre scorreva la rubrica telefonica alla ricerca di un numero:
Harry.
Schiacciò il tasto di chiamata senza preoccuparsi dell’ora - tanto quale ragazzo dormiva a mezzanotte? - e aspettò che l’altro rispondesse.
« Pronto? » fu la risposta che arrivò dopo qualche squillo. La voce di Harry era chiara, roca e profonda proprio come se la ricordava. Gli si strinse qualcosa dalle parti dello stomaco al ricordo di cos’era successo l’ultima volta che l’aveva sentita. Se solo chiudeva gli occhi poteva sentire ancora benissimo la sensazione provata con lui, il calore del suo corpo a contatto col suo, le sue mani aggrappate alla testata del letto mentre Louis si spingeva in lui ancora, ancora e ancora in un turbinio di passione che sicuramente non si sarebbe esaurita quell’unica nottata consumata insieme.
« Ehi, sono Louis » fece quasi per aggiungere il suo cognome, ma non voleva rischiare che Harry fosse in compagnia e qualcuno affianco a lui potesse sentirlo.
Harry comunque sembrò riconoscerlo subito e lo salutò, quasi imbarazzato. « Oh, ciao ».
Louis decise di tagliare subito ogni imbarazzo, d’altronde Harry gli aveva lasciato il numero e sicuramente il motivo non era per avere delle misere conversazioni senza capo né coda. « Hai tempo per me stasera? » gli chiese infatti, a bruciapelo.
Sentì Harry trattenere un respiro dall’altra parte della linea. Louis lo voleva così tanto.
« Sì, sì, ci sono. Dammi… dammi qualche minuto e sono da te » gli rispose Harry. Louis notò che la sua voce sembrava quasi tremare.
« Perfetto » rispose prima di attaccare. Non salutò nemmeno perché che senso aveva? Si sarebbero visti da lì a pochi minuti.
Quando il campanello della porta d’ingresso suonò, Louis si prese un paio d’istanti prima di aprirla. Si alzò lentamente dal divano, quasi per rallentare il tempo, sperare di ritardare l’incontro con l’inevitabile.
Una volta che però la sua mano si posò sulla maniglia, aprì la porta quasi senza esitazione.
Harry si trovava davanti a lui, stretto in un paio di skinny jeans e sopra un cappotto lungo, di marca. Louis quasi si trovò a chiedere quanto guadagnasse per riuscire a permettersi un simile cappotto.
« Ehi » lo salutò Harry con un sorriso quasi imbarazzato. Louis si dovette girare di spalle, altrimenti gli avrebbe baciato le fossette, proprio lì, in piedi sulla porta.
Fu solo quando Harry entrò in casa, sbattendosi alle spalle la porta, che si richiuse con un tonfo sordo, che Louis si girò a guardarlo nuovamente. Sapeva di stare sorridendo, sapeva di non riuscire a farne a meno. Così gli si avvicinò di un paio di passi e lo baciò, alzandosi sulle punte dei piedi.
Quella volta non fu un’esatta replica della precedente. Louis, nonostante sentiva l’alcol e il desiderio ribollirgli nelle vene, si costrinse a prendersela comoda. Aveva preparato Harry con cura meticolosa per sentirlo arrendersi e sciogliersi sotto le mani. Harry era una soddisfazione unica, il modo in cui gemeva e chiamava il suo nome lo riempivano quasi di una sorta d’orgoglio. E Harry era insaziabile, sembrava non accontentarsi mai e chiedeva a Louis sempre
di più, di più e ancora di più.
Era entrato in lui e il suo mondo era esploso in un insieme di colori. Li riusciva a distinguere chiaramente dietro agli occhi, dietro alle palpebre che si erano fatte quasi pesanti. E quando finalmente era venuto, il mondo in quella camera da letto sembrava diverso, quasi più luminoso.
« Io dovrei andare » gli disse Harry non appena riprese fiato, cercando di spostargli il braccio per poter sgusciare via dalle coperte.
Louis si lasciò andare a un grugnito. « Rimani » gli disse semplicemente.
Harry si tirò su un gomito per guardarlo in faccia e Louis ricambiò lo sguardo, con una guancia appoggiata sul cuscino, senza nessuna intenzione di muoversi da lì.
Louis non sapeva quasi che risposta aspettarsi da lui, ma sicuramente sapeva che il dormire insieme avrebbe avuto un determinato tipo di costo.
« Non ho voglia di alzarmi dal letto per richiudere la porta dopo » gli spiegò, quasi per volersi giustificare. Il suo era un semplicissimo desiderio egoistico, non lo faceva restare per rimanere con lui, si disse quasi per convincersi che fosse esattamente così.
« Con piacere » rispose Harry, prima di girarsi e spegnere la luce della camera.
